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20 Marzo 2026 - 06:00
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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L’aria, qui in Puglia, sa di salsedine e di gelsomini: un intreccio dolce e amaro che si posa sulla pelle come un velo invisibile. Una brezza calda, carica di sussurri antichi, di echi di lingue che il tempo ha quasi cancellato e di dialetti aspri, ruvidi come la pietra leccese, accarezza i vicoli.
È in questo dedalo di case bianche, abbaglianti sotto il sole implacabile, e di silenzi che a volte sembrano ostili, che Leila si muove. I suoi occhi, pozzi profondi e scuri come la notte senza luna, scrutano il mondo con una curiosità che non si è mai spenta; i suoi capelli, ribelli e indomiti, sfuggono con grazia al foulard leggero che a malapena li trattiene.-1773900814811.jpg)
Dieci anni prima, questo paesino l’aveva accolta con una diffidenza palpabile, quasi un muro invisibile eretto attorno a sé. Lei, una ragazzina fuggita dall’Iran – un’ombra di paura negli occhi – era giunta qui con sua madre, Fariba.
Fariba, una donna fiera, la schiena dritta come un fuso, il coraggio cucito addosso come un abito; ma lo sguardo, ah, quello sguardo, era segnato da una paura antica, da una rabbia che covava sotto la cenere, per ciò che aveva lasciato e per ciò che le era stato tolto.
Fariba aveva abbandonato Teheran non per scelta, ma per necessità: per proteggere Leila, per offrirle un lembo di cielo dove potesse decidere da sé, senza il peso di un hijab imposto, senza il giogo di regole soffocanti che le avrebbero rubato l’anima.
In Puglia, all’inizio, si erano sentite come radici strappate brutalmente dalla loro terra fertile, gettate in un terreno arido, sassoso, dove sembrava impossibile attecchire. Le occhiate curiose, i sussurri che le seguivano come ombre, l’isolamento che le avvolgeva come un sudario.
Ma Fariba, con quella sua forza silenziosa, quella tenacia che solo le donne che hanno conosciuto il dolore possiedono, aveva iniziato a tessere, filo dopo filo, legami fragili ma resistenti. Aveva fatto fiorire il suo talento di sarta: le sue mani sapienti avevano iniziato a colorare i grigi vicoli con abiti dalle stoffe preziose, ricami che non erano solo decori, ma racconti intessuti – storie di terre lontane, di profumi speziati e di canti malinconici.
Leila, come un germoglio testardo che si fa strada tra le crepe dell’asfalto, aveva imparato la lingua, assorbito i colori vividi e i suoni aspri della sua nuova casa.
A scuola, per un tempo che le era parso eterno, era stata la straniera, l’altra, quella diversa.
Ma poi la sua passione, la fotografia, aveva iniziato a parlare per lei. Il suo modo unico di catturare la bellezza nascosta, i dettagli che agli altri sfuggivano: la luce che si posava su un volto anziano, la ruga di un sorriso, il gioco d’ombre in un portone antico.
Le sue foto, esposte nella piccola galleria del paese, erano diventate finestre aperte su mondi diversi – un ponte delicato tra culture, un inno silenzioso alla rinascita.
Il giorno della festa del paese, l’aria vibrante di musica e risate, Leila, con un abito di seta turchese che Fariba aveva cucito per lei – un capolavoro di leggerezza e colore – si mescolò alla folla danzante.
I suoi occhi, in quel turbinio di volti, incrociarono quelli di Antonio: un ragazzo dal sorriso timido, quasi nascosto, e le mani sporche di terra, oneste, come le sue.
Antonio, che coltivava ulivi secolari e sognava di ridare vita all’antico frantoio del nonno, fu catturato dalla sua forza, da quella capacità di Leila di vedere oltre le apparenze, di cogliere l’anima delle cose.
In quel momento, tra il profumo dei gelsomini e il brusio della festa, Leila capì.
Le sue radici, pur profonde e forti, non la legavano più a un solo luogo.
Lei non era solo iraniana, non era solo pugliese.
Era un albero, con rami che si allungavano verso il cielo infinito, foglie che assorbivano la luce di due mondi, e fiori che profumavano insieme di gelsomino e di spezie: un inebriante, unico, profumo di casa.
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Testata: Buonasera
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