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ROMANCE
09 Marzo 2026 - 06:01
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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Vittoriano viveva ai margini della città, non proprio del centro abitato, ma del vivere quotidiano. Ogni mattina si alzava, si lavava la faccia con un getto d’acqua fredda – sia d’estate che nelle altre stagioni – si sistemava con una manata i lunghi capelli grigi sulla testa, simile a un leone addormentato, saliva sulla Graziella verde e si dirigeva in campagna.
Le pedalate erano lente e precise: non forzava mai l’andatura, non ce n’era bisogno, e poi nessuno gli dava fretta. Si faceva superare dalle automobili, incurante dello smog, dalle persone sedute dentro il bar a fare colazione, dai marciatori improvvisati e dalle signore intente a passeggiare il loro gatto.
Gianciotto, con la maglia “Marathon degli Aragonesi”, ricevuta in dono senza avervi mai partecipato ma per alti meriti pubblicitari, sulle strisce pedonali mostrava a chi glielo chiedeva il diamante giallo da far vedere alla sua nuova ragazza – rigorosamente dai venticinque ai trentacinque anni – che lo attendeva in una stanza dalle pareti luccicanti e tenebrose, in una casa circondata da rose, efelidi e gatti muti. Un’alta pagina di cultura cittadina da condividere con tutti, ma Vittoriano, che viveva ai margini, non l’apprezzava e la considerava fuorviante per la sua attività lavorativa.
A cosa fosse dovuta questa sua asocialità, nessuno sapeva rispondere. Intanto partivano gli sconti estivi e tutte le famiglie correvano verso i centri commerciali in cerca di occasioni perdute e mai più ritrovate.
«Oh, Vittoriano, perché perdi queste occasioni?» gli ripeteva la zappa, ferma nell’acqua, mentre il legno si ingrossava delicatamente. Ma lui non ci badava e andava avanti tra pedalate e sole già cattivo alle nove del mattino.
Le campane annunciavano la messa, obiettivo dichiarato delle catechiste e delle consacrate. Al Ponte Salerni un probo uomo aspettava il furgone che avrebbe dovuto portare la nuova caldaia, costruita appositamente per lui e arrivata stamani nel porto di Lamezia Terme in un container pieno di emozioni proibite e pure, carri armati per il fronte ucraino, un pass per la finale degli Europei e tre topi baltici.
Vittoriano continuava a pedalare tra le canzoni per l’estate e il rum da digerire: un oracolo seduto in un angolo pronto a rivelare il futuro in cambio di una sigaretta, poliziotti intenti a consumare caffè alla nocciola mai pagati, Leo pronto a offrirti aspirapolvere professionali per il salotto di casa, una ragazza che baciava i piccioni del terrazzo. Pedalava, pedalava senza mai fermarsi, per non perdere il ritmo, affrontando con disinvoltura la discesa verso il cimitero, evitando auto parcheggiate e buche familiari, con i capelli grigi al vento caldo e le gocce di sudore che inzuppavano la canotta.
Si fermò davanti al cancello d’ingresso del cimitero a salutare i defunti che lo aspettavano, prima di perdersi nell’accumulo delle preghiere dei parenti. Lasciata la bicicletta ai margini della strada, sorvegliata da due lucertole, si diresse verso il terreno di famiglia. Si accorse che le zucchine erano impazienti, perché era finita l’acqua della piscina e non avevano potuto rinfrescarsi; i pomodori piangevano e la cicoria chiedeva di essere raccolta.
Vittoriano lasciò la busta di plastica che aveva portato, prese la borraccia militare e la divise con le zucchine, consolò i pomodori con del terriccio umido proveniente dalla sua seduta personale del mattino e raccolse con un coltello due mazzi di cicoria. Poi si sedette sotto il fico e cercò di addormentarsi al suono delle cicale e dei calabroni. Il legno si era ingrossato per bene e la zappa era pronta all’uso, ma nessuno la voleva accompagnare al lavoro. Vittoriano la chiamò, le offrì un sorso di birra e anche lei si appoggiò al tronco dell’albero: chiusero gli occhi e si addormentarono al dolce suono della terra.
Quando si svegliarono, il sole era ancora più arrabbiato. Le cicale erano sdraiate su una tavola e le formiche avevano acceso l’aria condizionata nella tana posta sotto il sasso del perdono. Vittoriano controllò sul braccio le punture dei puntariddi, graziosi insetti verdi microscopici provenienti dagli allevamenti di “mi mamma”: ne contò sette sulle braccia e due sotto il piede destro. Come avevano fatto a penetrare nel sandalo? I due poveri insetti erano ancora incollati alla pelle dura e nera, quasi asfissiati dall’odore penetrante proveniente da quella parte del corpo.
In realtà non vennero omologati come morsi, perché non erano stati portati a termine e il sangue non era uscito. Aveva la testa pesante come se fosse stato colpito da un bastone e toccandola notò un bel bernoccolo sulla fronte. La zappa iniziò a ridere, piegandosi in due dallo sforzo, e una scheggia di legno saltò all’aria come fosse un missile diretto verso un pianeta del Sistema Solare. Vittoriano la osservò e si toccò ancora la testa: il bernoccolo gli faceva ancora male. I capelli grigi apparivano divisi in due, come fossero attraversati da un ponte sospeso tra le estremità di un burrone, e in mezzo passavano scolaresche di cimici e pidocchi diretti a un luogo più fresco dove passare la giornata.
La zappa rideva e tossiva, Vittoriano si toccava il bernoccolo, le oche passeggiavano, i cani starnutivano, le zanzare ronzavano, i morti dormivano e il probo uomo del Ponte Salerni aspettava ancora la caldaia proveniente dalla Cina. Le previsioni non erano incoraggianti: si prevedevano giorni di caldo umido.
Il pranzo venne saltato a piedi uniti: la fame non era così importante. A volte le ragazze si nutrono di un gelato a tre palline per scacciare il mormorio dello stomaco, e poi non è vero che mangiare sempre pizza faccia male o aumenti a dismisura i trigliceridi. I nutrizionisti forse non hanno sempre ragione.
«Il colesterolo è mio e lo gestisco io», diceva Gianlorenzo, pantaloncino di jeans tagliato su misura da uno stilista texano, passando davanti al bar dove, secondo alcuni noti gourmet, si poteva assaggiare il miglior gelato della zona. Altri sostenevano lo stesso di altre attività commerciali. Il ragazzo, dal pancino prominente e dallo scarpino elegante fuori produzione industriale, quando ne aveva voglia li gustava in rapida successione, un modo come un altro per non scontentare nessuno. In questo giro era accompagnato dal fedele Clay, che in un taccuino colorato registrava i voti: mai inferiori al sette e mai superiori al nove. Il dieci, si sa, appartiene solo agli spiriti eletti.
Vittoriano non mangiava mai gelati. Beveva solo una birra la sera e non poteva conoscere quel duro itinerario culinario che il povero Gianlorenzo doveva affrontare ogni volta che desiderava un cono. I desideri si accompagnano spesso a duri sacrifici.
Vittoriano e la zappa passarono il pomeriggio sotto l’albero di fico, circondati da nuvole di insetti sempre pronti ad attaccarli per sfamare la loro fame insaziabile. Finalmente, alle diciassette, la sirena del cimitero suonò annunciando la fine delle visite. Vittoriano capì che era il momento di rientrare a casa: si alzò, si spolverò i pantaloni dai fili d’erba e dai semi di ciliegie, raccolse la zappa che stava finendo di riassettarsi, e attraversò due campi incolti e una striscia coltivata a fave.
Recuperò la bicicletta ai bordi della strada, diede due monete di cioccolata alle lucertole, salì in sella e si incamminò verso casa.
«Dlang! Dlang!» – il rumore della pedalata si diffondeva nella leggera salita, mentre la zappa canticchiava una canzone di Taylor Swift. I defunti lo salutavano dietro il cancello chiedendo uova fresche e preghiere per il giorno dopo.
Una nuvola di insetti lo circondava nel tragitto, simile a quella degli dèi: ma i poveri insetti tentavano solo di guadagnarsi la loro razione di sangue, e i pungiglioni non riuscivano a penetrare nel legno della zappa né nella pelle di Vittoriano, come se l’uomo in canottiera e jeans consumati indossasse la stessa armatura di Iron Man.
Dopo un po’ la nube si diradò e agli automobilisti apparvero Vittoriano e la zappa a bordo della Graziella un tempo verde. Pedalando dolcemente, senza fretta, mantenendosi ai bordi della strada ed evitando sportelli che si aprivano improvvisamente, incontrarono le stesse figure del mattino: gli anziani sulla panchina, il netturbino intento a controllare l’igiene serale dei suoi piedi, i clienti in fila al kebab con i numeri assegnati da un funzionario della Ristorazione Nazionale, Beppe lo sportivo seriale, i vestiti in saldo di un negozio alla moda e due perditempo in cerca di emozioni.
Sul ponte stava sempre l’uomo probo in attesa della caldaia, mentre i ragni avevano cominciato a tessere qualche ragnatela azzurra.
Finalmente Vittoriano arrivò a casa. Parcheggiò la Graziella nel garage, le diede acqua e grasso per passare la notte, appoggiò la zappa in un secchio ricolmo d’acqua fresca, accese la lampadina al led, si tolse i sandali e il profumo dei piedi invase la stanza. La lampadina starnutì e la luce si alternò all’oscurità.
Gocce d’acqua cadevano dal tubo del bagno riempiendo una bacinella. Un vicino abbaiava con il suo cane bevendo sangria di Tolmezzo. Vittoriano si sdraiò su un vecchio divano e pose lo sguardo sul muro.
Vicino casa sua abitava una vecchietta, zia Agatina, un po’ dura d’orecchi ma con un televisore Samsung 55” 4K Ultra HD, regalo di un nipote californiano. La caratteristica dell’anziana signora era il volume della televisione: per Vittoriano non era un problema, perché ascoltava benissimo non solo il Santo Rosario di Lourdes, ma anche tutte le notizie di Tele Meloni e i programmi di Rai Uno.
Se la cosa non era gradita, poteva spostarsi nella stanza da letto e ascoltare le partite di calcio al televisore di zio Gino, vecchio tifoso del Toro che aveva conosciuto Gabetto e Valentino Mazzola durante il militare alla caserma La Marmora di Torino. Ogni 4 maggio esponeva al balcone una bandiera granata listata a lutto e faceva dire una messa in ricordo delle vittime di Superga, alla quale assisteva triste e pensieroso. Anche Vittoriano era invitato e per quel giorno non poteva indossare la sua solita canotta grigia ma una camicia bianca, ricordo della sua prima comunione, che ancora gli andava benissimo.
Senza attendere altro, Vittoriano si pose nel letto. Le lenzuola sapevano di fresco, l’acqua gelata non gli mancava. Attese il sonno che prima o poi sarebbe arrivato. Il cellulare non lo possedeva e il telefono fisso non funzionava da anni. Si riassettò i capelli grigi e duri, si tolse la canotta, si accarezzò i piedi pulendoli delicatamente e socchiuse gli occhi, ascoltando le parole della Premier vestita di bianco che commentava le elezioni francesi. Diceva che gli italiani dovevano essere fieri di avere un governo stabile, destinato a durare.
A quel punto si staccò dal mondo e disse:
«Buonanotte a tutti, domani sarà una nuova giornata di caldo e sudore».
Risposero educatamente la zappa, la Graziella, il tavolino, la vasca delle calze in ammollo da una settimana, i giornalisti della televisione della vecchina, il telefono fisso muto, un carabiniere di passaggio, Jenny e Alessia che si baciavano sotto la finestra, promettendosi amore eterno e qualcos’altro.
E solo allora Vittoriano poté volare nel vento, incurante degli arazzi e dei giornali, delle cabine elettorali e delle crescite in percentuali.
Intanto, sul ponte, l’uomo probo attendeva ancora il furgone della caldaia, e le marce grosse della bici del Temibile Mariuccio interrompevano il sonno di tanti bravi e ossequiosi cittadini.

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Testata: Buonasera
ISSN: 2531-4661 (Sito web)
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