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STORICO

L'eco della montagna

di Sergio Batildi

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


L'eco della montagna

di Sergio Batildi

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Mi chiamo Giuseppe, e ho visto la guerra.
L’ho vista nel fango del Piave, nell’acqua gelida che ci portava via i compagni come foglie d’autunno.
L’ho vista nelle notti senza stelle, quando il cielo tremava per i colpi dell’artiglieria.
L’ho vista negli occhi di chi partiva e non tornava.
Ma c’è un’altra guerra che non ho vissuto in prima persona, eppure la porto nel cuore: è la guerra di Nico, il mio amico d’infanzia.
Lui, a differenza mia, fu mandato sul Monte Pasubio a scavare la Strada delle 52 Gallerie.

Il racconto di Nico
Quando tornai dal Piave, con i polmoni pieni di nebbia e il cuore svuotato da troppe perdite, trovai Nico cambiato.
Non era più il ragazzo di un tempo, quello con cui correvo nei campi prima che il mondo cadesse a pezzi.
Aveva mani dure come la roccia e occhi scavati come trincee.
«La montagna ci ha inghiottiti, Giuseppe» mi disse una sera, seduto sulla panca fuori da casa mia. «Ci ha chiesto sangue, sudore e giorni che non torneranno.»
Mi raccontò di quando lo mandarono lassù, sopra i duemila metri, con picconi, pale e una paura che doveva restare chiusa in gola. Il nemico era vicino, eppure il loro compito non era sparare: dovevano costruire una via sicura per portare rifornimenti e uomini senza essere visti.
«Eravamo muratori, minatori, dannati.»
Scavavano nella roccia giorno e notte. Il gelo li prendeva alla gola, il fiato si spezzava per la fatica e per l’altitudine.
A volte la dinamite non bastava, e allora usavano le mani, strappando alla montagna ogni centimetro di passaggio.
E poi c’erano le frane.
«Un giorno» mi disse abbassando la voce, «una galleria ci ha traditi.»
Era la ventinovesima. La pioggia aveva reso instabile la parete, e mentre scavavano un boato li inghiottì. Polvere, sassi, urla.
Quando Nico si svegliò, c’era buio. Solo il respiro spezzato degli altri e il silenzio di chi non ce l’aveva fatta.
Rimasero lì dentro un giorno intero, finché qualcuno li tirò fuori.
Nico non pianse mai raccontandomi la guerra.
Ma quella sera, mentre il tramonto spegneva il cielo, vidi i suoi occhi brillare.

Il cammino di Sergio
Ora, molti anni dopo, sono seduto accanto a mio nipote Sergio e gli racconto questa storia.
Lui non sa cosa voglia dire avere paura di non vedere il sole il giorno dopo.
Non sa cosa significhi vedere un amico scomparire sotto la terra.
Ma forse, un giorno, quando camminerà sulla Strada delle 52 Gallerie, sentirà il respiro di Nico nel vento.
E allora capirà.

La Strada delle 52 Gallerie
Il sole era ancora basso quando Lorenzo e Sergio imboccarono il sentiero che saliva verso il Monte Pasubio.
L’aria era frizzante, il silenzio interrotto solo dal fruscio degli scarponi sulla ghiaia e dal battito regolare dei loro passi.
Avevano deciso quella escursione quasi per caso, una mattina in cui il nonno Giuseppe raccontava di Nico e di quella strada scavata nella montagna.
Lorenzo si era sempre chiesto quanto ci fosse di vero nei racconti del nonno, e forse era proprio per questo che ora si trovava lì, con lo zaino sulle spalle e il cuore che batteva più forte del dovuto.
«Ci pensi?» disse Lorenzo con un sorriso incerto. «Tutto questo scavato a mano, sotto la guerra…»
Sergio annuì. Il sentiero si faceva più ripido, e davanti a loro apparve la prima galleria: un buco scuro nella roccia.

Dentro la montagna
Entrarono senza parlare.
L’aria era fredda, sapeva di umidità e di pietra antica.
Lorenzo accese la torcia e il fascio di luce rivelò le pareti ruvide, i segni lasciati dagli attrezzi di chi aveva scavato più di un secolo prima.
«Immagina di essere qui senza torcia» disse Sergio, la voce che rimbombava nel tunnel. «Solo con il fuoco di una candela e il nemico lassù che può vederti.»
Lorenzo non rispose.
Stava pensando a Nico, al momento in cui la galleria ventinove era crollata.
Si chiese se anche lui avesse camminato in un tunnel come quello, se avesse sentito il battito del cuore nelle orecchie come lui adesso.
La luce tornò improvvisa quando uscirono sulla montagna.
Il panorama si aprì in un abisso di vette e nuvole basse, la valle sotto di loro avvolta da una foschia sottile.
«Chissà se anche Nico è passato da qui» mormorò Lorenzo.
Sergio si voltò. «Di sicuro, se chiudi gli occhi, lo senti ancora qui.»

L’incontro
Proseguirono tra le gallerie, il respiro affannato per la salita. Poi arrivarono alla ventinovesima.
Lorenzo si fermò. Il racconto del nonno gli tornò in mente con forza: la frana, il buio, il silenzio rotto solo dai gemiti dei sopravvissuti.
Posò una mano sulla parete di roccia. Era fredda, ruvida.
E poi lo sentì.
Un sussurro.
Non un suono vero, ma qualcosa che sembrava strisciare nel silenzio: un respiro antico, una voce che non aveva più corpo.
«Hai detto qualcosa?» chiese Sergio.
Lorenzo scosse la testa. «No, ma… non ti sembra di sentire qualcosa?»
Sergio si guardò attorno, poi rise. «Forse siamo solo suggestionati.»
Ma Lorenzo non era convinto.
Fece un passo avanti, illuminò la parete.
E lì, quasi nascosto tra le incrostazioni della roccia, vide qualcosa: un’incisione sbiadita.
Un nome.
Nico M. – 1917
Il cuore di Lorenzo perse un battito.
«Sergio… guarda.»
L’amico si avvicinò, e per un momento nessuno dei due parlò.
Lorenzo passò le dita sulla scritta, come se volesse toccare un fantasma.
Poi si voltò, guardando nel buio della galleria.
Forse, in qualche modo, Nico li aveva aspettati.
E ora potevano andare avanti.

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