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INTROSPETTIVO
05 Febbraio 2026 - 06:00
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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Figli - Marito - Spesa - Lava - Stira - Rassetta - Cena per tutti - e poi a letto. Dimenticavo: SORRIDI
No, non è una lista, è la tabella che ha scandito la mia vita per molto tempo.
Sempre uguale a se stessa, fatta di gesti sempre uguali, di sorrisi sempre maledettamente uguali che hanno immobilizzato la mia faccia in una ridicola faccia da clown. Come uno di quelli con la bocca rossa tirata fino agli angoli, che ride e ride ma non sa più perché.
E io ho sorriso, sorriso sempre, perché è questo che fa una brava moglie e una brava madre mentre fa la spesa, lava, stira, rassetta e prepara la cena. E alla fine mi sono convinta di essere felice, di essere tutto quello che gli altri mi avevano detto che potevo essere e ho fatto finta di non sentire quella voragine che mi svuotava, feroce, in un involucro sempre più inconsistente, senza niente dentro.
Ho sorriso e sorriso ogni giorno, uno dopo l’altro, fino a che essi sono sbiaditi negli anni, mi si sono confusi nella testa in un torpore ammorbante. Nessuno, nemmeno mia madre, mi ha mai detto che io, prima di essere figlia, moglie e madre, sono una DONNA.
L’ho scoperto da sola, una mattina davanti allo specchio del mio bagno. Buffo, vero? In bagno, la stanza dove tutti vanno a scaricare le loro scorie, io ho trovato la donna rintanata dentro di me.
Lì dentro è uscita allo scoperto, spinta dallo spasmodico bisogno di non sentirsi più inutile come un escremento.
Per mio padre sono la “figghia fimmina ca non è cchiù intelligenti di so frati masculu”. Mia mamma mi ha plasmato a sua immagine e ha fatto di me la sua copia perfetta di “fimmina di casa”.
E poi è arrivato mio marito che mi loda con i suoi amici come “a mugghieri ca tutti vulissiro”.
E io ho creduto a tutti loro per anni, per compiacerli, per inerzia, sopraffatta dalla mia assurda paura di non essere mai all’altezza, di non essere in grado di pensare i miei pensieri. I miei pensieri sono scatole rotte, non contengono niente di valore, ho sempre creduto. Io, un ammasso scomposto di carne, informe come un escremento, che nessuno guarda e che si scarica senza pensarci con l’acqua dello sciacquone.
Ma quella mattina, mentre dall’altra parte della porta chiusa le urla dei miei due figli, insieme alla voce roca di mio marito che voleva che uscissi per farli stare zitti – io sono la mamma, tocca a me – si sono trasformate in un frastuono assurdo, insostenibile, un urlo ancora più forte delle loro voci mi ha dilaniato le viscere, nel suo fragore è risalito veloce e mi è esploso nella testa.
Un urlo e basta, pieno di tutte le parole che non avevo mai avuto il coraggio di dire, lacerato da tutte le frustrazioni che avevo ingoiato senza mai protestare. Non sono riuscita a contenerlo, a reprimerlo: animato di vita propria è riemerso dalle macerie della mia paura.
Ho portato le mani alle orecchie e ho chiuso gli occhi. Non so per quanto tempo sono rimasta così, inebetita nella mia immobilità. Forse un minuto o mezz’ora, non lo so. Però so che, a un tratto, ho sentito il mio respiro, veloce, frenetico, come privo di aria. E poi il battito forte del mio cuore. Bum, bum, bum…
Le sue pulsazioni sconnesse mi rimbombavano dentro, nel mio vuoto. E io le sentivo palpitare con vigore, pompare sangue nelle mie vene e scorrere a fiotti in ogni cellula del mio corpo.
Io sono viva. Ho mormorato d’istinto. Io sono viva. Ho sillabato a bassa voce. E ho avuto paura. Paura di sentirmi, di sentire le mie emozioni. Di essere me stessa, solo me stessa. Questa volta no!
Le mie labbra si sono mosse indipendentemente dalla mia volontà e io, stupita, le ho sentite articolare quelle parole con una decisione che non sapevo di possedere. Ho spalancato gli occhi e ho afferrato con tutte e due le mani il bordo del lavandino. Ho sollevato la testa di scatto.
Come un relitto sepolto da anni sotto cumuli e cumuli di sabbia, sono risalita in superficie.
Ho incrociato i miei occhi riflessi nel grande specchio di fronte e mi sono guardata.
Ma mi hanno risucchiato dentro la mia voragine, in un vuoto senza fine in cui sono precipitata furiosamente. Ho cercato di aggrapparmi a qualunque cosa, ma non ho trovato niente. Le pareti della mia solitudine sono completamente lisce.
E lì, di nuovo a fondo, nel buio più buio, la mia paura bastarda ha ristabilito il suo predominio. L’ho sentita riempire il mio ventre, i miei polmoni, invadere la mia testa. Una vertigine mi ha attraversato prepotente e io ho smesso di respirare.
Ho abbassato la testa, pesante come un macigno, e mi sono sentita ancora smarrita, schiacciata dall’angoscia di non potercela fare.
A un tratto, però, in mezzo a quel ronzio assordante, sfiancante nel suo turbinio, ho sentito di nuovo il battito del mio cuore. Lontano, distante, come se provenisse da un altro corpo. Mi ci sono aggrappata come un naufrago che intravede all’improvviso un pezzo di legno. Disperata, l’ho cercato e, quando l’ho afferrato, l’ho ascoltato avida.
Io sono viva. Ho mormorato di nuovo. Io sono viva! Ho ripetuto ancora e ancora. Ho ripreso a respirare.
Non potevo più lasciarmi prevaricare dalla mia paura. Non potevo più stare vigliaccamente nascosta dietro alla mia paura bugiarda e permetterle di continuare ad annichilire ogni mio pensiero, ad ammorbare ogni mia emozione.
Ho rialzato la testa di scatto e sono ritornata a guardarmi come non avevo mai fatto prima.
Ho penetrato i miei occhi con decisione e ho affrontato la mia voragine.
Ho raccolto ogni briciola di forza, decisa a non lasciarmi più ingoiare, ma il vuoto che avevo dentro si è materializzato in un enorme buco senza fondo. Si è ingigantito a dismisura, è uscito fuori di me e mi ha braccato in un’orrenda nube tossica, mostro famelico, bramoso di soffocarmi, di divorarmi, per riappropriarsi di me, della mia mente e del mio corpo.
Questa volta no!
Ho ripetuto con convinzione.
Non più parole sfuggite dalle mie labbra, ma il mio grido di donna pronta a tutto pur di esistere.
Non ho abbassato gli occhi. In uno sforzo disumano, li ho tenuti incollati allo specchio e ho continuato a fissarmi con ostinazione, con la disperazione di chi sa di non avere altra scelta.
Per lunghi minuti, dilatati in un tempo sospeso, senza limiti, ho lottato contro la necessità di rifugiarmi, come sempre, nel limbo salvifico del mio torpore: lì la mia paura non avrebbe potuto raggiungermi e io sarei stata al sicuro. Invece no!
L’ho guardata in faccia, l’ho sfidata pur sapendo che era più forte di me. Io dovevo resistere. La donna che mi urlava dentro voleva mostrarsi alla luce della vita, non voleva più sentirsi costantemente terrorizzata dal giudizio degli altri, annientata dalla sentenza inappellabile della sua nullità.
All’improvviso tutti i giorni trascorsi nel mio anonimato di comparsa si sono riversati a fiotti nella mia testa e l’hanno inondata con la stessa violenza di una mareggiata inaspettata. E io mi sono rivista perennemente relegata in un angolo della scena, costretta a osservare senza alcuna possibilità di intervenire, legata indissolubilmente alle azioni e ai gesti dei personaggi principali.
Immagini stantie del banale film che era stata la mia vita fino a quel momento.
E mentre le guardavo scorrere frenetiche, una dietro l’altra, una fitta allo stomaco, acuta, penetrante come una lama affilata, ha riportato a galla tutto il mio dolore represso in un ottundimento costante, vinto giorno dopo giorno dalla mia soffocante paura di non essere in grado di vivere la mia vita.
Un sussulto mi ha scosso. La donna dentro di me mi ha urlato più forte che poteva e mi ha costretto a continuare a guardare in faccia la mia faccia riflessa.
Per la prima volta non ho visto il vuoto di sempre, il niente della mia voragine, ma la mia faccia di donna. Quella faccia che avevo sempre avuto paura di tirare fuori.
È riemersa con il suo urlo doloroso, pulsando insieme al mio cuore e scorrendo vorticosa con il mio sangue.
Io sono una DONNA!
Me lo sono detta e ridetta, scandendo le sillabe lentamente per assaporarne il nuovo significato che avevano adesso per me. E l’ho urlato anche io più forte che ho potuto, per farlo sentire alla mia stramaledetta paura.
Fiera di me stessa, d’istinto ho sorriso: non uno di quei tanti sorrisi che mi servivano per annegare ogni mio respiro, ma un sorriso vero, uno di quelli che ti riempie ogni angolo, anche il più recondito, che ti entra dentro e ti invade come una sferzata di vita.
Un inaspettato senso di leggerezza mi ha avvolta. Mi sono voltata di scatto, ho poggiato la mano sulla maniglia e l’ho abbassata con decisione. Ho spalancato la porta e ho guardato dritto negli occhi mio marito, i miei figli, la mia vita.
Quella vita che gli altri mi avevano cucito addosso in un bel vestito da festa, dentro cui io mi ero rannicchiata senza però mai sentirmelo veramente mio.
Adesso ho quarant’anni e, nonostante genitori, marito e figli credano che io sia diventata pazza, sono riuscita a far diventare la mia vita un progetto solo mio, tutto mio.
Quella mattina sono corsa fuori dal bagno e ho iniziato a correre per la strada che non avevo mai avuto il coraggio di imboccare. Ho preso la patente di guida, mi sono iscritta all’università e ho imparato a conoscermi e ad accogliermi con le mie fragilità e i miei fallimenti.
Io sono una DONNA, questa è l’unica certezza che ho. Questa è l’unica certezza che mi fa andare avanti ogni giorno.
Io occupo il mio spazio, tutto lo spazio che ho intorno, e lo riempio con quello che sono.
E mi piace. Questo, però, non vuol dire che io non ho più paura: ho solo imparato a non aver più paura della mia stramaledetta paura.

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