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Così migrano gli animali

Salmone che incontra una barriera (credit: M. Casselman)

Salmone che incontra una barriera (credit: M. Casselman)

Partiamo? Ormai, sentiamo parlare di migrazioni quotidianamente! Quelle di cui vogliamo occuparci però non riguardano gli individui che lasciano le loro terre a causa delle guerre e delle carestie ma delle migrazioni animali. Le migrazioni più note sono quelle degli uccelli, ma il fenomeno della migrazione è in realtà diffuso sia tra i vertebrati sia tra gli invertebrati, sia sulle terre emerse sia in mare, e presenta molta variabilità. Generalmente avviene in massa. Può richiedere cambi intergenerazionali; può verificarsi tutti i giorni oppure ogni anno, durare settimane o mesi ed è regolato in modi diversi a seconda della specie. Ma cos’è una migrazione? E’ lo spostamento periodico di una popolazione tra specifiche zone. Le caratteristiche della migrazione sono: 1) La persistenza. La migrazione si verifica in modo sempre simile, da una precisa area a un’altra. 2) La direzionalità. Esistono percorsi precisi seguiti dagli individui durante la migrazione. In base alla direzione dello spostamento, le migrazioni sono classificate in: batimetriche o verticali (se avvengono tra diverse profondità marine, come quelle effettuate da alcuni crostacei marini microscopici e planctonici); latitudinali, se gli animali migrano a latitudini differenti; pensiamo alle rondini che migrano verso l’Africa quando il clima in Europa diviene troppo freddo per loro. 3) Disattivazione di alcune risposte comportamentali, anche vitali, come la necessità di nutrirsi. 4) Costituzione di riserve energetiche specifiche per la migrazione. Questi lunghi viaggi, infatti, sono molto dispendiosi: talvolta gli animali esauriscono le energie, morendo, prima di giungere a destinazione. Per questo è fondamentale che essi si predispongano al viaggio con alcuni adattamenti, ad esempio nutrendosi più del solito e allenandosi per esercitare i muscoli. 5) Esibizione di comportamenti caratteristici prima, durante e dopo il viaggio. Tra le migrazioni più studiate ci sono quelle motivate dalla riproduzione che per ogni specie avviene in aree ben precise, denominate aree di nursery. Tra gli animali marini, due sono le migrazioni più note: quelle effettuate dal mare verso le acque interne, dette anadrome, compiute dai salmoni e quelle effettate dalle acque interne verso il mare, migrazioni catadrome, effettuate dalle anguille. La popolazione giovane, una volta che aumenta di dimensione, abbandona le aree di nursery per riunirsi progressivamente con la popolazione di origine, compiendo una migrazione al contrario. Esaminiamo il caso dei salmoni. Essi non nascono in mare, ma nei torrenti, nei corsi d’acqua del Nord Europa e dell’America settentrionale. Alla schiusa, gli avannotti (cioè, i piccoli pesci) misurano poco più di un centimetro e sono praticamente trasparenti. Nell’estate successiva a quella dell’anno in cui sono nati, intraprendono la migrazione verso il mare, dove troveranno un’alimentazione più ricca (aringhe, piccoli pesci, crostacei). Intorno ai 3 anni d’età, i salmoni migrano nuovamente, ma questa volta verso il luogo in cui sono nati e dove deporranno le uova. Affrontano un viaggio lungo e difficile, controcorrente, per superare il quale hanno un muscolo apposito: il muscolo bianco, che consente esplosioni di energia intensa, come quella richiesta per risalire i fiumi controcor rente e superare molti ostacoli con salti fuori dall’acqua. Un altro tipo di muscolo, quello rosso, serve per l’attività prolungata, cioè il nuoto nell’oceano. Non tutti gli individui riescono a portare a termine la migrazione e non solo per l’enorme sforzo richiesto; infatti, ogni anno, sia gli orsi (in Nord America) sia i pescatori si dirigono verso i fiumi per catturare i pesci più facilmente “predabili”. Sono negli occhi di tutti le immagini trasmesse dai documentari naturalistici degli orsi che si appostano sulle cascate per prendere al volo i pesci che passano. Raggiunte le acque più basse, la femmina viene accompagnata da un maschio in un luogo adatto dove scava una buca larga e poco profonda e vi depone le uova che il maschio feconda e ricopre con la sabbia. Per la maggior parte degli individui il viaggio termina qui: solo un salmone su mille riesce a riprodursi più di una volta durante la propria vita. Nei salmoni, la migrazione è indotta da caratteri genetici. Infatti, uno studio, condotto su di una specie di salmoni del pacifico e recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista “Science”, ha individuato il gene “timer” che determina il momento esatto dell’inizio del viaggio. Ma come fanno i salmoni a tornare lì dove sono nati? Utilizzano come bussola il campo magnetico terrestre e si orientano poi con vista e olfatto quando sono in prossimità del luogo da raggiungere. Il campo magnetico, infatti, pur variando (anche se di poco) da un anno all’altro, riesce a guidarli nelle migrazioni di migliaia di chilometri che li portano dalle acque dove vivono ai fiumi di Nord Europa e Nord America nei quali sono nati e dove tornano per riprodursi. Secondo uno studio condotto dai ricercatori dell’Università del North Carolina (USA), i salmoni, la prima volta che raggiungono il mare, sarebbero infatti in grado di memorizzare le caratteristiche del campo magnetico per sfruttarle quando dovranno ritornare nel luogo dove sono nati. Negli ultimi anni, molti sono i fattori che ostacolano la migrazione dei salmoni, come quelli presenti nel Reno e nei suoi affluenti. Gli sbarramenti per le centrali idroelettriche bloccano il tragitto degli individui del salmone dell’Atlantico verso i siti abituali di riproduzione; questa situazione, in concomitanza con la cattiva qualità delle acque, ha causato una drastica diminuzione della popolazione. Veniamo ora alla migrazione delle anguille. Le anguille compiono una migrazione opposta a quelle dei salmoni. Esse vivono nelle acque dolci, in Italia soprattutto nel delta del Po, e tornano al mare per riprodursi. Per secoli le abitudini riproduttive delle anguille sono rimaste sconosciute. Sia Plinio il Vecchio sia Aristotele ritenevano che le anguille si generassero spontaneamente dal fango. Solo verso la fine del 1700 e all’inizio del 1800 vennero trovati una femmina e un maschio. Alla fine del 1800, due naturalisti italiani, Giovanni Battista e Salvatore Calandruccio, scoprirono alcuni esemplari di un piccolo pesce che lo scienziato tedesco Kaup aveva chiamato “leptocefalo” e lo allevarono in laboratorio. Osservarono che, crescendo, esso andava incontro a metamorfosi, diventava cioè una “ceca”, ovvero una giovane anguilla. Scoprirono così che il “leptocefalo” è lo stadio larvale dell’anguilla. A quel punto, si chiesero dove si riproducessero gli adulti, visto che nelle acque dolci non v’era alcuna traccia dei leptocefali. Fu l’oceanografo danese Johannes Schmidt, che nel 1904, individuò la zona della deposizione delle uova, avendo notato che le larve più piccole in assoluto si trovavano in corrispondenza del Mar dei Sargassi, nel centro dell’Oceano Atlantico, tra le Grandi Antille e le Azzorre. Uno studio del 2014 sull’anguilla rostrata condotto dai ricercatori della Laval University in Canada ha confermato il percorso della migrazione grazie a dei ricevitori satellitari applicati a 38 esemplari di femmine in età riproduttiva, tutte con partenza dalla foce del fiume San Lorenzo, nell’Oceano Atlantico settentrionale. Delle 38 anguille rilasciate con il ricevitore, soltanto una è arrivata a destinazione. Una volta giunta in mare, essa si è diretta a sud della piattaforma continentale sino ad una profondità di 700 metri, andando incontro a predatori di ogni tipo. Ma l’indomita anguilla è riuscita a compiere il suo ciclo, al contrario delle altre 37 che invece hanno fatto una brutta fine: catturate da pescatori (un trasmettitore è stato rinvenuto in una pescheria) o predate. L’anguilla ha percorso 2400 Km con una media di 49 Km al giorno. Ha anche risposto bene ai cambiamenti di temperatura, passando dai circa 2,5° C della Nuova Scozia ai 25° C del Mar dei Sargassi. Certo, una sola anguilla è un po’ pochino per confermare il tragitto fino al Mar dei Sargassi; pertanto, i prossimi studi saranno incentrati sulle anguille europee. I giovani nati nel Mar dei Sargassi tornano nel luogo da cui erano partiti i “genitori” e vi rimangono per periodi che variano dai 5 ai 15 anni. Ma come si orientano le anguille? Anche esse si avvalgono del campo magnetico terrestre; tuttavia, una ricerca condotta sulle anguille europee della Norvegia ha consentito di ipotizzare che le ceche si orientino con l’aiuto della luna ma solo nella fase di “luna nuova”, quando essa non è visibile; ciò implica che il meccanismo coinvolto non si basi sulla vista. Pertanto, i ricercatori pensano che le anguille possano percepire la direzione in cui si trova la Luna poiché il nostro satellite, in quella posizione, blocca una parte del vento solare e proietta quindi sulla superficie terrestre una “penombra” di particelle negative, che le anguille percepiscono come indizio sulla direzione da seguire. Come per i salmoni, le dighe e gli sbarramenti sui fiumi stanno contribuendo alla diminuzione delle popolazioni che non riescono a completare il viaggio. I ricercatori suggeriscono di aprire passaggi o, meglio ancora, di sollevare le barriere durante i picchi migratori. Ester Cecere Primo ricercatore Cnr Istituto Talassografico Taranto
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