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Porti, energia e futuro: da Taranto la sfida per il sistema Italia

Dalla “Carta di Taranto” alla riforma nazionale della portualità: istituzioni, imprese e accademia a confronto su logistica, sostenibilità e governance

TARANTO - Si è chiuso sabato 28 marzo il convegno “Pianificazione strategica dei sistemi portuali: vulnerabilità apparenti e opportunità di sviluppo sostenibile del trasporto intermodale e di rilancio del territorio”, due giorni di confronto serrato che hanno riunito istituzioni, mondo accademico e sistema produttivo attorno a una delle partite decisive per il futuro del Paese.

Ad aprire i lavori è stato Vincenzo Cesareo, presidente della Camera di Commercio di Brindisi-Taranto, che ha posto subito il tema centrale: «Parlare oggi di porti significa parlare di infrastrutture strategiche, ma soprattutto di grandi opportunità». Cesareo ha insistito sulla necessità di superare una visione isolata degli scali: «I porti non possono essere più considerati elementi separati, ma devono essere pienamente integrati in un sistema logistico moderno ed efficiente, fondato su intermodalità e digitalizzazione».

Nel suo intervento, il presidente ha richiamato anche la sfida della transizione energetica, indicando nell’idrogeno uno degli assi di sviluppo: «La filiera dell’idrogeno verde può trovare nei porti un punto di forza naturale, trasformandoli in hub energetici e piattaforme per attrarre investimenti». Un passaggio che si lega direttamente al ruolo di Taranto e Brindisi, territori già impegnati in questa direzione.

A delineare il senso politico e operativo dell’iniziativa è stata Cristina Lenoci, organizzatrice del convegno, che ha chiarito l’obiettivo finale: «Non volevamo un evento che si esaurisse nel dibattito. L’ambizione è produrre un documento concreto, la Carta di Taranto, che contenga indirizzi e azioni per il breve e medio periodo». Un passaggio chiave, perché segna il tentativo di trasformare il confronto in strumento decisionale.

Lenoci ha inoltre sottolineato i limiti dell’attuale sistema: «Il sistema portuale italiano necessita di una revisione generalizzata, capace di sciogliere nodi normativi e procedimentali che oggi frenano lo sviluppo strategico».

Il respiro nazionale è arrivato con il collegamento del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che ha ribadito la centralità della portualità per l’economia italiana: «La nostra posizione nel Mediterraneo è strategica, ma dobbiamo essere capaci di tradurla in benefici concreti per i cittadini».

Il ministro ha evidenziato il legame tra porti, industria e nuove filiere energetiche, citando esplicitamente Taranto: «Abbiamo individuato Taranto e Augusta come poli per lo sviluppo dell’eolico offshore. Parliamo di produzioni che guardano all’intero Mediterraneo». E ha aggiunto: «Questa è una sfida di sistema Paese, che deve generare occupazione, formazione e crescita della conoscenza».

Sul piano territoriale, il vicepresidente della Provincia di Taranto Vito Parisi ha richiamato l’urgenza di integrare porto e sviluppo locale: «Il sistema portuale deve dialogare con il territorio, con l’agricoltura, con l’industria. Solo così può generare valore reale». Ma ha anche lanciato un monito sui tempi: «Il fattore su cui dobbiamo incidere è il tempo. Se non agiamo subito, rischiamo di perdere altre occasioni».

Il confronto si è poi allargato al ruolo delle istituzioni accademiche e della ricerca. Paolo Pardolesi, direttore del Dipartimento Ionico dell’Università di Bari, ha evidenziato il contributo della formazione e dell’innovazione: «La riflessione sui porti incrocia temi di logistica, sostenibilità e valorizzazione del territorio. L’università deve essere acceleratore della Blue Economy».

Al centro del dibattito anche il ruolo di Taranto come snodo strategico. Diversi interventi hanno convergito su un punto: il porto jonico è destinato a diventare una cerniera tra sviluppo industriale, transizione energetica e logistica mediterranea. In questa direzione si inseriscono le prospettive legate all’eolico offshore e all’idrogeno, ma anche la necessità di diversificare il tessuto produttivo.

Un passaggio particolarmente rilevante è emerso nella sessione dedicata alla riforma della portualità. Secondo i dati illustrati durante il confronto, oltre il 60% delle merci del commercio estero italiano viaggia via mare, generando un valore vicino ai 500 miliardi di euro l’anno. Un peso che impone scelte strutturali.

Nel dibattito giuridico, è emersa la proposta di una governance più centralizzata. Diversi relatori hanno discusso l’ipotesi di una struttura nazionale – la cosiddetta “Porti d’Italia Spa” – capace di coordinare strategie e investimenti. Tuttavia, non sono mancate le criticità: il rischio di sovrapposizione di competenze e di riduzione del ruolo dei territori è stato indicato come uno dei nodi da sciogliere.

Accanto alla governance, il tema della digitalizzazione ha occupato una parte significativa del confronto. È stato evidenziato come sistemi come i Port Community System permettano già oggi di tracciare le merci, gestire documenti e migliorare l’interoperabilità tra operatori. Ma la sfida è ancora aperta: «I dati devono diventare un asset strategico», è stato sottolineato nel panel dedicato.

Non meno rilevante il capitolo sicurezza. Alcuni interventi hanno richiamato i rischi legati alla cosiddetta guerra ibrida e alla vulnerabilità delle infrastrutture digitali: la gestione dei dati e l’intelligenza artificiale predittiva diventano strumenti essenziali per prevenire crisi e attacchi.

Nel corso delle due giornate è emersa con forza anche la necessità di una visione integrata tra porto e retroporto. La mancanza di connessioni ferroviarie adeguate e di una pianificazione logistica coerente è stata indicata come uno dei principali limiti del sistema italiano.

A chiudere il confronto, una riflessione condivisa: i porti non sono più solo infrastrutture fisiche, ma sistemi complessi in cui si intrecciano energia, ambiente, tecnologia e geopolitica. E proprio da Taranto, città simbolo delle trasformazioni industriali del Paese, arriva un messaggio chiaro.

La sfida non è più rinviabile. Servono scelte rapide, visione strategica e capacità di fare sistema. La “Carta di Taranto” rappresenta il primo passo. Ora, però, la partita si gioca fuori dai convegni.

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