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Speciale Settimana Santa

Settimana Santa anni sessanta, l’ingenuità della città di una volta

Erano i giorni in cui ancora in città si fermava tutto per far spazio ai “perdune”

Speciale Settimana Santa

Una Settimana Santa che, più che le marce funebre, aveva il sottofondo dell’”Aria sulla quarta corda” di Bach (foto Carmine La Fratta)

Settimana Santa primi anni sessanta, quelli all’insegna di una certa ingenuità, pronta per essere erosa da un incalzante consumismo (derivanti dagli stipendi quasi da favola per quei tempi del colosso d’acciaio). Erano i giorni in cui ancora si fermava tutto, o almeno si rallentava, per far spazio ai “perdune”, in uno spirito ben rappresentato da certi brevi e ingenui documentari trasmessi nei cinematografi, nell’intervallo delle proiezioni, e tuttora visionabili su youtube, grazie all’impegno di alcuni patiti della tradizione.
Una Settimana Santa che, più che le marce funebre, aveva il sottofondo dell’”Aria sulla quarta corda” di Bach, trasmesso come sigla di una popolare rubrica religiosa televisiva di quei tempi e che ben si adattava alla circostanza.
Un’attesa che veniva ravvivata dalla visione di alcune gigantografie delle nostre processioni, esposte per l’occasione alle vetrine dell’allora Ente provinciale per il turismo, in corso Umberto: “Adesso ci vedete in fotografia, ma presto saremo di persona tra voi” - sembravano dire quei ‘perdune’, incutendo timore, presagio di una certa sacralità.
“E noi ci saremo, vero papà?” - domanda muta, rivolta con uno sguardo dal bambino al papà.

E gli odori dei taralli? Il Borgo ne era pieno. Alle processioni, specialmente la sera del Venerdì Santo, le mamme avevano cura di conservarne alcuni in borsa, per calmare nei bambini, più che la fame, l’impazienza dell’attesa. Li acquistavano, fra gli altri, nei panifici “Bologna” e “San Marco“(l’unico, quest’ultimo, che all’epoca faceva le focaccine la domenica sera), entrambi in via Acclavio o in quello di Monfredi, in via Mazzini: tutti chiusi da tempo. Ce ne sono altri, nel quartiere, che eccellono nella più dolce delle arti. Ma quei sapori non li abbiamo più ritrovati.
Una Settimana Santa che aveva il sapore anche di una certa amarezza per il tardato ritorno dal lavoro del papà, che doveva accompagnare a vedere i “perdùne”. Avrebbe ben avuto il diritto di riposarsi dopo una giornata stancante. Ma poi, chi li sentiva i bambini per la promessa non onorata? Così, sia pure all’ultimo, si scendeva in strada ad ammirare le “poste” e i maestosi “sepolcri”. Un po’ di delusione per non aver ascoltato la banda. Gli ultimi musicanti, strumento sottobraccio, velocemente andavano a riposarsi, dopo le ultime raccomandazioni dei maestri per la massima puntualità, in vista della marcialonga musicale.


Riti da assaporare anche attraverso le mini processioni mobili (una novità per quegli anni) esposte dai Grandi Magazzini De Florio in via Anfiteatro all’angolo con via Berardi. Al loro posto adesso c’è una banca, tanto per cambiare. Le allestiva Franco Jaccarino, origini sorrentine, commesso di quel negozio e artista vetrinista che allora andava per la maggiore. Sempre elegante, con quei baffetti brizzolati e dalla battuta frizzante che un accento partenopeo, mai dimenticato, dava più gusto, egli andava giustamente orgoglioso di quelle realizzazioni. Tra un cliente e l’altro, non lesinava spiegazioni, specialmente se richieste dai più piccoli. Un anno rappresentava l’Addolorata di Taranto vecchia e quello successivo i Misteri, tanto per non dispiacere le due congreghe, gelose custodi dei nostri Riti. Un registratore, ben occultato, diffondeva, alquanto malamente, le prime riproduzioni delle marce funebri. Franco Jaccarino era anche un quotato pittore.

Un anno, dopo aver commentato l’uscita dell’Addolorata per conto di Studio Cento, Vittorio Sgarbi volle recarsi alle due di notte a casa sua, in via Crispi, per ammirarne i quadri. Alla citofonata degli uomini della scorta, a quell’ora così tarda, Franco stava per rispondere in modo pepato. Ma poi si ricordò della promessa dell’illustre critico: “Verrò a trovarti”. E così fu. Donna Vittoria, la moglie, si levò ben presto per mettere sul fuoco la macchinetta del caffè. Ma non ce ne fu bisogno: Sgarbi ne aveva sorseggiati ben troppi. “Franco, queste tue opere hanno una loro pregevolezza e originalità, hanno il dovere di essere conosciute. Meritano un adeguato catalogo. Fammi sapere” - gli disse. Sì, certo, un bel catalogo, ma a spese di chi? E quell’auspicio rimase tale, come tante altre cose nostre, senza seguito. Franco Jaccarino ci ha lasciati anni addietro, a breve distanza di tempo dall’amata consorte: quasi dimenticato. Altro che catalogo.

Le splendide fotografie sono a firma di Carmine La Fratta che si ringrazia

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