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Speciale Settimana Santa
02 Aprile 2026 - 08:05
Col passo della “nazzecata” prendono possesso della piazza le “poste” di confratelli a piedi nudi (foto Carmine La Fratta)
Rientrata nel primo pomeriggio del Venerdì Santo l’Addolorata in San Domenico, inizia l’attesa per quest’altro atto della tradizione: la processione dei Misteri, dell’arciconfraternita del Carmine. L’attesa non è lunga. Infatti puntualmente alle ore 17 il “troccolante” appare sulla soglia della chiesa del Carmine e lentamente raggiunge il centro della piazza, seguito dal Gonfalone e della Croce dei Misteri. Tutto questo mentre in piazza si spandono le note della prima marcia eseguita dalla banda “Lemma”. Tantissima gente è al di là delle transenne, con non poche mamme in attesa di vedere il proprio figlio sotto le “sdanghe”. Col passo della “nazzecata”, in una sorta di falso movimento, prendono possesso della piazza le “poste” di confratelli a piedi nudi, mentre il padre spirituale della confraternita mons. Marco Gerardo effettua meditazioni sulla Passione e Morte, non mancando di far riferimenti a fatti di cronaca. Via via escono tutti gli altri simboli: Cristo all’orto, la Colonna, l’Ecce Homo, la Cascata, il Crocifisso, la Sacra Sindone.
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Sotto l’incessante luce dei flash dei fotografi, quando ormai è sera inoltrata, appare la stupenda immagine di Gesù Morto (accompagnata dall’”Inno a Cristo Morto” di Cacace) con ai lati i quattro “cavalieri”, nel ricordo della partecipazione di rappresentanti della nobile famiglia Calò, iniziatrice dei Riti tradizionali. Quindi, fa la sua comparsa l’Addolorata, dietro alla quale prende posto l’orchestra di fiati “Santa Cecilia-Città di Taranto”, reduce dalla processione rientrata poco prima in San Domenico, in un autentico tour de force. Compresi quelli “Giuseppe Chimienti di Montemesola e di Francavilla Fontana, sono quattro i complessi bandistici che sottolineano con le loro musiche le “nazzecate” dei confratelli.
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Lentamente, molto lentamente la processione percorre via D’Aquino per poi giungere a sera inoltrata in piazza Immacolata. La stanchezza dei portatori non tarda a farsi avvertire. Così inizia a risuonare con frequenza il grido di “Furcè!”: è il segnale per i portatori, che chiamano in loro aiuto i portatori delle forcelle, sottraendosi per un po’ al peso delle statue e dando così sollievo alle spalle indolenzite. Quindi, risuona il “Nguè!”: è tempo di rimettersi sotto le sdanghe e riprendere il cammino doloroso.
La processione s’inoltra su via Di Palma, nonostante l’ora tarda molto affollata, e raggiunge a notte alta via Regina Elena e la chiesa di San Francesco di Paola per la consueta pausa. Dopo un’ora ci si rimette in strada per prendere la via del ritorno. Da un pezzo è ormai cominciato il Sabato Santo. Molti tarantini abbandonano anzitempo il tepore delle coltri per partecipare all’atto finale dei Riti. Via Anfiteatro, sarà per la stanchezza, per i “perdune” appare troppo lunga per percorrerla tutta. Proprio mentre la stanchezza sembra avere la meglio, ecco lo spuntare della stella del mattino e i primi chiarori dell’alba che illuminano delicatamente le statue e donano nuovo vigore ai confratelli. E più ci si inoltra nell’orario e più le bande danno il meglio nelle esecuzioni, interpretando le musiche più col cuore che seguendo lo spartito.
Man mano che ci si avvicina a via Massari, la stanchezza scompare quasi completamente e si rallenta ulteriormente: non si vorrebbe più rientrare, ma i “mazzieri” invitano a non attardarsi. Ma è dura obbedire. Si raggiunge infine piazza Giovanni XXIII, che appare affollata più della sera precedente. Il “troccolante” si ferma davanti al portone e attende che la banda termini di suonare la marcia (solitamente “A mio padre” di Davide Latagliata). Quindi si appresta a oltrepassare la soglia della chiesa dopo circa quindici ore di “nazzecate”. Si vorrebbe prolungare oltremisura quei momenti, ma non si può. “Avanti, fratè!” è l’ulteriore invito degli assistenti. Poi, calato il silenzio in piazza, risuonano i tre colpi di bastone sul portone del Carmine: la Settimana Santa tarantina si approssima alla conclusione. Il portone lentamente si apre e il confratello, entrato in chiesa, solleva il cappuccio e si offre all’abbraccio generale.
Si piange in chiesa, in piazza. Ma sono lacrime di tenerezza per una città che riscopre le sue radici, il filo conduttore con le generazioni passate costituito proprio dai Riti, e si presenta nel suo volto migliore.
Via via entrano gli altri simulacri. Davanti al Carmine restano solo Gesù Morto e l’Addolorata, i cui portatori attendono l’esecuzione dell’ultima marcia: la “Jone” di Petrella. Gli ultimi rulli dei tamburi accompagnano solennemente il rientro in chiesa della Beata Vergine. Poi, a portone chiuso, l’esplosione del finale del brano fra il festoso garrire di rondini, in un annuncio dell’ormai imminente Resurrezione. In chiesa fra i “perdune” è tutto un grande abbraccio, con la promessa, se Dio vorrà, di rivedersi sempre lì, nel 2027.
Le splendide fotografie sono a firma di Carmine La Fratta che si ringrazia
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