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Speciale Settimana Santa
02 Aprile 2026 - 08:04
Giovanni Massafra (a sinistra) e Franco Pignatelli, sotto la statua di Gesù Morto
Prima della seconda guerra mondiale, un appartamento che affacciava su piazza Fontana costava un patrimonio; con la somma necessaria all’acquisto se ne potevano avere almeno tre nel Borgo. Questo per dirla tutta sul pregio di tale zona della Città vecchia di Taranto, oggi purtroppo segnata da un lento e visibile abbandono. Eppure, un tempo, quella piazza rappresentava il cuore pulsante della vita cittadina, un crocevia di commerci, voci e odori che raccontavano l’anima più autentica della città.
Tanto prestigio veniva dal fatto che proprio lì si svolgeva il mercato ortofrutticolo all’ingrosso, insieme a quello del pesce e dei frutti di mare, attività che animavano sin dalle prime ore del mattino ogni angolo della piazza. Potervi abitare, per un commerciante, era il massimo: significava vivere al centro degli affari, respirare ogni giorno il ritmo della città.
Non si badava a spese, se c’erano le possibilità, pur di ottenere un affaccio su quella piazza così viva e strategica.
Un balconcino su piazza Fontana era anche un posto privilegiato per ammirare comodamente le processioni dell’Addolorata e dei Misteri, momenti solenni e profondamente radicati nella tradizione tarantina. Questi ultimi, fino agli anni Sessanta, percorrevano abitualmente anche le vie della Città vecchia, trasformando ogni vicolo in uno scenario carico di fede e suggestione.
Su uno di quei balconi, all’altezza di via Cava, si affacciava Giovanni Massafra, noto grossista di frutti di mare e figura storica legata ai due principali sodalizi religiosi. Da lì osservava i riti con rispetto e partecipazione, vivendo da protagonista una tradizione che lo accompagnava fin dall’infanzia.
Alla processione dell’Addolorata partecipava infatti da quando aveva appena dodici anni, come bambino delle “pesare”, muovendo i primi passi in un percorso di fede che lo avrebbe segnato per tutta la vita. Erano gli anni Trenta, e di quel periodo Massafra conservava ricordi vividi, quasi fotografici.
«All’uscita dell’Addolorata non c’era molta folla, come invece accade oggi – raccontava – la processione poteva snodarsi con maggiore facilità lungo il pendio di San Domenico. Ma anche allora, prima delle tre, non si arrivava sotto l’Orologio».
Il suo racconto restituisce un’atmosfera diversa, più raccolta, quasi intima: «La gente partecipava con più silenzio e, soprattutto, pregava».
Prima della processione, molti non rinunciavano a fermarsi nelle trattorie di via Cariati, dove con una spesa modesta si poteva gustare del buon pesce.
«Io, invece - ricordava - osservavo il digiuno, che rompevo solo con un semplice spuntino durante la sosta in San Francesco di Paola».
La preparazione spirituale era fondamentale: confessarsi e comunicarsi prima della processione era un gesto quasi obbligato. Regnava una disciplina rigorosa, vigilata dal priore Cosimo Blasi, figura autorevole che guidò la confraternita dal 1919 al 1935.
«Al rientro – raccontava – ci salutava uno per uno con il “prosit”, un abbraccio e l’augurio della Buona Pasqua».
Anche i ricordi legati alla processione dei Misteri erano carichi di emozione.
«Si vivevano momenti indimenticabili in via Duomo e sul pendio San Domenico - diceva - quando, tra il Venerdì e il Sabato Santo, le statue arrivavano tra una folla immensa e balconi illuminati, in un’atmosfera che ricordava l’uscita dell’Addolorata».
Il rientro al Carmine avveniva nel cuore della notte, quasi sempre prima delle tre, dopo ore di cammino lento e cadenzato.
Nel 1989, quando lo incontrammo, Giovanni Massafra aveva avuto l’onore di vestire l’abito dei “perdune”, portando il simulacro di Gesù Morto, uno dei momenti più alti e significativi per un confratello.
Un privilegio che aveva condiviso anni prima con i figli Gennaro e Pietro, entrambi scomparsi prematuramente.
«Sin da piccolo - raccontava - rimanevo affascinato dalla presenza dei quattro “cavalieri”, simbolo della nobiltà locale».
Tra questi ricordava il conte D’Ayala, il barone Pantaleo e il conte Notaristefano, figure imponenti nelle loro uniformi eleganti, accompagnate dai maggiordomi che reggevano il tradizionale “gibbus”.
I ricordi più intensi e dolorosi risalivano al 1950, anno del Giubileo. In quell’occasione, durante la processione dell’Addolorata, la statua veniva accolta dalle strazianti suppliche di madri e mogli di dispersi in guerra, donne segnate da un dolore che non avrebbe mai trovato consolazione.
Scene di una forza emotiva difficile da dimenticare, che segnarono profondamente chi vi assistette.
Oggi Giovanni Massafra non c’è più, ma il suo ricordo resta vivo nella memoria di chi lo ha conosciuto: quello di un galantuomo d’altri tempi, testimone autentico di una Taranto che viveva di tradizioni, fede e appartenenza. Una memoria preziosa che continua a raccontare, attraverso le sue parole, l’anima più profonda dei riti della Settimana Santa.
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