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Competenze come capitale

In Puglia la formazione continua non è più un costo ma una leva strategica

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Tra incentivi regionali e strumenti nazionali, investire sul personale qualificato diventa la chiave per restare competitivi anche nei mercati più esposti alla concorrenza globale

Per anni, soprattutto nei territori considerati periferici rispetto ai grandi poli industriali europei, la competizione si è giocata sul costo del lavoro e sulla capacità di resistere con modelli produttivi tradizionali. Oggi quel tempo è definitivamente superato. Anche in Puglia, e in particolare nell’area jonica, la concorrenza internazionale entra quotidianamente nei capannoni industriali, negli uffici tecnici, nei servizi avanzati e perfino nelle microimprese artigiane. In questo scenario, il vero fattore competitivo non è più il prezzo, ma la qualità delle competenze.

Le aziende pugliesi si muovono in un contesto economico complesso, segnato da transizioni profonde. La trasformazione digitale, la riconversione energetica, le nuove filiere legate alla sostenibilità e all’innovazione tecnologica stanno modificando processi produttivi e modelli organizzativi. Taranto ne è un esempio emblematico: accanto alle grandi vertenze industriali, cresce un tessuto di piccole e medie imprese che operano nell’impiantistica, nella logistica, nell’ingegneria dei servizi, nell’economia del mare e nelle tecnologie ambientali. Settori che richiedono personale sempre più preparato, capace di adattarsi rapidamente alle mutazioni del mercato.

In questo quadro, la formazione iniziale non basta più. Il lavoratore va accompagnato lungo tutto il ciclo di vita professionale, aggiornando competenze tecniche e trasversali in modo continuo. È una necessità che riguarda tanto le grandi aziende quanto le imprese di dimensioni più ridotte, spesso meno strutturate ma non per questo meno esposte alla competizione globale.

La Regione Puglia ha colto da tempo questo cambiamento, costruendo un sistema di strumenti dedicati alla formazione continua in azienda. Nell’ambito del Programma Regionale FSE+ 2021-2027, una parte significativa delle risorse è destinata al rafforzamento delle competenze dei lavoratori occupati, attraverso avvisi pubblici che finanziano piani formativi aziendali e interaziendali. Si tratta di interventi che consentono alle imprese di aggiornare il personale su nuove tecnologie, sicurezza, digitalizzazione, organizzazione dei processi e innovazione produttiva, riducendo l’impatto economico diretto sui bilanci aziendali.

Accanto alle misure regionali, operano strumenti nazionali che negli ultimi anni hanno assunto un ruolo centrale. Il Fondo Nuove Competenze, promosso dal Ministero del Lavoro, rappresenta uno degli esempi più rilevanti. Attraverso questo strumento, le imprese possono rimodulare l’orario di lavoro destinando una parte delle ore alla formazione, con il costo del lavoro coperto da risorse pubbliche. Un meccanismo che ha coinvolto anche aziende pugliesi, offrendo una risposta concreta alla necessità di riqualificare il personale senza interrompere l’attività produttiva.

Un ulteriore pilastro è rappresentato dai Fondi Paritetici Interprofessionali, alimentati dai contributi obbligatori delle imprese e finalizzati esclusivamente alla formazione dei lavoratori. In Puglia l’utilizzo di questi fondi è cresciuto negli ultimi anni, anche grazie a una maggiore consapevolezza delle imprese e al supporto di associazioni di categoria e organismi di formazione accreditati. Per molte aziende, soprattutto di piccole dimensioni, questi strumenti costituiscono un’opportunità concreta per formare il personale senza costi aggiuntivi, migliorando al contempo produttività e qualità del lavoro.

La convenienza economica della formazione continua è uno degli aspetti meno compresi dagli imprenditori, ma anche uno dei più rilevanti. Investire in competenze riduce gli errori di produzione, migliora la capacità di rispondere alle richieste dei clienti, rafforza la sicurezza sul lavoro e aumenta la fidelizzazione dei dipendenti. In territori come Taranto, dove il tema dell’occupazione stabile è centrale, la formazione rappresenta anche uno strumento di coesione sociale, perché consente di trattenere competenze sul territorio e di evitare la fuga di professionalità verso altre regioni o Paesi.

L’impatto della formazione continua non si esaurisce all’interno dell’azienda. Ha ricadute dirette sulla comunità e sull’attrattività del territorio. Un sistema produttivo che investe sulle competenze è più credibile agli occhi degli investitori esterni, più capace di intercettare flussi turistici qualificati legati a eventi, fiere, congressi e iniziative di settore. La qualità del lavoro diventa parte integrante della reputazione di un territorio, incidendo anche sulla capacità di attrarre giovani e famiglie.

In Puglia, dove il mercato del lavoro presenta ancora fragilità strutturali, la formazione continua può diventare un ponte tra politiche del lavoro e sviluppo economico. Non si tratta solo di aggiornare chi è già occupato, ma di creare un ecosistema in cui imprese, enti di formazione, università e istituzioni collaborano stabilmente. Un modello che consente di anticipare i fabbisogni professionali e di costruire percorsi formativi mirati, evitando il disallineamento tra competenze offerte e competenze richieste.

Per gli imprenditori, il messaggio è chiaro: in un mercato globale che non ammette margini di errore, la qualità del personale è l’unica vera assicurazione contro l’incertezza. Formare continuamente significa ridurre il rischio d’impresa, aumentare la capacità di innovare e rafforzare la resilienza aziendale. Gli incentivi regionali e nazionali esistono, sono strutturati e accessibili. La sfida è culturale prima ancora che economica: passare da una visione difensiva della formazione a una strategia di investimento permanente.

La competitività non si costruisce solo con macchinari e infrastrutture, ma con persone capaci di governare il cambiamento. E oggi, più che mai, la formazione continua è il capitale invisibile che può fare la differenza tra sopravvivere e crescere, anche nei territori che per troppo tempo sono stati considerati ai margini dei grandi flussi economici.

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