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8 marzo, in Italia 34% ricercatori è donna e 12% ai vertici, per chi diventa mamma 'pregiudizi e penalizzazioni'

Li segnala il 35% delle scienziate contro il 3,5% dei neo-padri - Le testimonianze delle donne in camice

8 marzo, in Italia 34% ricercatori è donna e 12% ai vertici, per chi diventa mamma 'pregiudizi e penalizzazioni'

Milano, 6 mar. (Adnkronos Salute) - Pari opportunità ancora lontane nel mondo della ricerca. Secondo i dati dell'Unesco Institute for Statistics, "le donne rappresentano meno del 30% dei ricercatori nel mondo. In Italia la percentuale sale al 34%, ma resta ampio il divario nei livelli apicali, dove solo il 12% dei membri delle accademie scientifiche nazionali è donna". Per chi decide di metter su famiglia, poi, le difficoltà si moltiplicano: secondo un sondaggio condotto dalla Siica, Società italiana di immunologia, immunologia clinica e allergologia, "il periodo dalla gravidanza ai primi anni di vita dei figli rappresenta ancora oggi un momento critico nella vita professionale della comunità scientifica. Il 45% delle ricercatrici e dei ricercatori intervistati ha dichiarato di aver rinunciato a opportunità lavorative dopo la nascita di un figlio; il 35% di loro ritiene di non occupare una posizione adeguata al proprio percorso formativo e alle proprie competenze, anche a causa delle responsabilità familiari". E "l'impatto è fortemente sbilanciato per genere: circa il 35% delle donne riferisce di aver subito pregiudizi o penalizzazioni legati alla maternità, rispetto al 3,5% degli uomini".

A evidenziare i numeri del 'gender gap' tra chi indossa un camice è Fondazione Airc per la ricerca sul cancro, che in occasione dell'8 marzo - Giornata internazionale dei diritti della donna, insieme alla Siica e al Network italiano per la bioterapia dei tumori (Nibit) annuncia l'apertura del bando per il Premio Ricercata 2026. Giunto alla terza edizione, il riconoscimento da 20mila euro vuole offrire "un sostegno concreto alla carriera di immunologhe e immunologi che rientrano al lavoro dopo un periodo di congedo per maternità o paternità".

Dai racconti raccolti dai promotori è nato un monologo interpretato da Cristina Donadio (www.youtube.com/watch?v=2onhYHiTVd8). "Ricerca: sostantivo maschile o femminile?", esordisce l'attrice e ambasciatrice Airc, prima di mettere in fila decine di testimonianze. Si va ben oltre il classico "durante il colloquio di lavoro mi è stato chiesto se avessi l'intenzione di avere dei figli". Si arriva, quando va bene, all'ironia: "Ho una bimba di 6 anni e quando ho avuto il Covid ho dovuto prendere 5 giorni di ferie per stare a casa con lei. Il capo e i colleghi mi dicevano: beata te", confida una scienziata. Ancora: "Mi è stato detto che se avessi voluto proseguire nella carriera sarebbe stato opportuno non fare un secondo figlio", o "mi è stato chiesto di non fare figli". Perché ci sono donne a cui accade che "durante il periodo da contrattista le mie 3 gravidanze sono state riportate sulla mia scheda personale come criticità". O di sentirsi dire "hai fatto la scelta di procreare e per questo sei andata in coda nella progressione di carriera". O di constatare a cose fatte che "non mi è stato rinnovato il contratto perché ero in gravidanza", e che"dopo la gravidanza ho avuto meno opportunità di viaggiare e di creare collaborazioni con colleghi all'estero".

"Mi hanno fatto credere che se una donna decide di diventare mamma decide anche di rinunciare alla propria carriera", testimonia un altro 'camice rosa'. Succede così che "l'idea che avere un figlio non fosse compatibile con la carriera accademica mi ha portato a dedicarmi totalmente al lavoro, rinunciando" a una famiglia. E infatti c'è chi ammette che, "non essendo sposata e non avendo figli, ho avuto molte più occasioni di intraprendere la carriera universitaria rispetto alle altre mie colleghe". Tante anche le frasi che fotografano un 'soffitto da cristallo' ancora duro da rompere: "Gli studenti, i pazienti, i familiari delle persone che curo mi chiamano dottoressa o signora, mai professoressa"; "Ho avuto la possibilità di andare a un congresso in qualità di accompagnatrice invece che di ricercatrice"; "Il mio collega di pari grado ha uno stipendio più alto del mio"; "La mia carriera è stata rallentata e non ho raggiunto la posizione che sento di meritare"; "Mi sono sentita danneggiata in occasione delle mie pubblicazioni scientifiche".

Per le donne della ricerca è forte la sensazione di vivere isolate o da 'osservate speciali': "Il mio contributo è stato spesso messo in secondo piano rispetto a quello dei colleghi uomini"; "Non ho ricevuto nessun supporto da parte dell'istituzione, dei colleghi, dell'ambiente maschile nella gestione del potere"; "Mi sentivo dire che le donne possono accontentarsi sul lavoro perché hanno tante altre cose da fare in famiglia"; "A una donna non vengono concesse mancanze, non si è mai giudicate solo per la propria professionalità". Apostrofate con toni che arrivano all'insulto - "Un uomo che ricopriva una posizione di grado superiore mi ha suggerito di dedicarmi ad attività prettamente femminili, quali pettinarsi i capelli" - si finisce pure per tacere siccome"il mio punto di vista non veniva considerato in quanto, dicevano, una donna tende sempre a esagerare".

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