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l'avvocato
28 Gennaio 2026 - 18:39
Il caso Crans-Montana solleva interrogativi sull’intervento della magistratura italiana per fatti avvenuti all’estero
Il tragico evento occorso a Crans-Montana, in territorio svizzero, non rappresenta soltanto un dramma umano di indicibile gravità, ma solleva interrogativi tecnico-giuridici di estrema complessità che investono i limiti spaziali della legge penale e la portata della giurisdizione nazionale. La morte di cittadini italiani in terra straniera impone infatti una disamina rigorosa sulla possibilità per l’autorità giudiziaria italiana di esercitare la propria potestà punitiva in relazione a fatti commessi integralmente all’estero. Il punto di partenza di tale analisi risiede nel superamento del rigido principio di territorialità, orientando l’attenzione verso i meccanismi di estensione della giurisdizione previsti dal codice penale.
In prima istanza, occorre affrontare il tema della procedibilità, che in contesti internazionali non è mai automatica.
Per i reati commessi all’estero in danno di un cittadino italiano, la legge subordina l’esercizio dell’azione penale alla presenza di specifiche condizioni di procedibilità, quali l’istanza della persona offesa o, in casi di particolare rilievo istituzionale, la richiesta del Ministro della Giustizia. Senza tali atti d’impulso, la Procura nazionale resterebbe priva della legittimazione processuale necessaria per avviare le indagini, indipendentemente dalla gravità del fatto.
Parallelamente, l’ordinamento impone precisi limiti operativi che condizionano la concreta perseguibilità del reo.
L’articolo 10 del codice penale stabilisce infatti che, per i delitti comuni commessi dallo straniero all’estero a danno dello Stato o del cittadino, la punibilità è ammessa solo se il fatto è punito con la reclusione non inferiore nel minimo a un anno e se il colpevole si trova nel territorio dello Stato italiano. Tale ultimo requisito costituisce un ostacolo non di poco conto: la mancanza fisica del soggetto nel territorio nazionale, pur non cancellando l’astratta rilevanza penale della condotta, preclude l’instaurazione di un dibattimento ordinario, rendendo di fatto la giurisdizione italiana sussidiaria rispetto a quella del luogo del delitto.
In questo quadro normativo, cosa dobbiamo aspettarci dall’attività della magistratura italiana? È verosimile che le Procure nazionali avviino fascicoli conoscitivi finalizzati a raccogliere elementi probatori a tutela delle vittime, operando tuttavia in un regime di stretta dipendenza dalle rogatorie internazionali. Il rischio di un conflitto di giurisdizione o di una stasi investigativa è concreto, specialmente quando le indagini coinvolgono standard di sicurezza e normative tecniche vigenti in un altro Stato.
In risposta a tali criticità e a seguito delle proteste ufficiali sollevate dalle autorità italiane in merito alla controversa decisione dei giudici svizzeri di concedere la scarcerazione su cauzione a Moretti, figura centrale nell’inchiesta, il panorama diplomatico-giuridico ha subito una brusca accelerazione. La concessione della libertà provvisoria dietro versamento cauzionale è stata percepita come una ferita al senso di giustizia e un potenziale rischio per la genuinità della prova, spingendo il Governo italiano a formulare una proposta di alto profilo istituzionale: l’istituzione di una task force congiunta italo-svizzera.
Tale organismo di cooperazione rafforzata avrebbe il compito di armonizzare le attività d’indagine, garantendo uno scambio costante di informazioni e prove tra gli inquirenti dei due Paesi, superando le lungaggini burocratiche delle tradizionali procedure di assistenza giudiziaria.
Una task force di tale natura rappresenterebbe un unicum operativo, volto a garantire che la sovranità territoriale della Svizzera non si traduca in un alveo di impunità o in un trattamento cautelare eccessivamente mite per gli indagati.
La magistratura italiana, dunque, sarà chiamata a un ruolo di vigilanza attiva, esercitando ogni pressione consentita dal diritto internazionale affinché l’accertamento della verità non subisca rallentamenti. Il dibattito sulla strage di Crans-Montana si sposta così dal piano del dolore privato a quello della tenuta del sistema giustizia nelle sue proiezioni transfrontaliere, dove il rispetto delle norme del codice di procedura penale deve coniugarsi con una strategia politica ferma nel rivendicare il diritto alla verità per i propri connazionali.
L’esito di questa delicata partita giuridica dipenderà dalla capacità dei due ordinamenti di trovare una sintesi efficace, evitando che la complessità dei trattati offuschi l’esigenza primaria di una risposta sanzionatoria proporzionata alla gravità degli eventi, in un momento in cui l’attenzione dell’opinione pubblica tarantina e nazionale è massima rispetto alle prossime mosse delle autorità requirenti.
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