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L'analisi
01 Maggio 2026 - 06:32
Giovanni Assi
TRANI - Il nuovo Decreto Lavoro varato il 1 maggio riaccende il dibattito sulle politiche occupazionali, ma secondo Confapi Puglia il provvedimento rischia di non incidere in modo concreto sulle criticità strutturali del Mezzogiorno. A tracciare un’analisi puntuale è Giovanni Assi, consigliere regionale Lavoro e Welfare dell’organizzazione e consulente del lavoro, che evidenzia come il decreto si muova “in una direzione di continuità più che di innovazione”.
Il provvedimento introduce una revisione degli incentivi all’occupazione con l’obiettivo di favorire il lavoro stabile e sostenere il Sud, riproponendo strumenti già noti come bonus per donne, giovani e ZES in una versione aggiornata. In alcuni casi, gli importi risultano anche più elevati, ma per Assi il nodo centrale resta immutato. “Il decreto appare più come una proroga potenziata dell’esistente che come una vera riforma”, sottolinea, evidenziando come i vincoli che ne hanno limitato l’efficacia negli anni restino sostanzialmente invariati.
Il quadro economico e occupazionale in cui si inserisce il decreto è particolarmente delicato. Nel Mezzogiorno, infatti, il tasso di occupazione si mantiene stabilmente sotto il 50-52%, mentre nel Centro-Nord supera il 62%. La disoccupazione resta oltre la media nazionale, con valori vicini o superiori al 10%, e quella giovanile supera il 25%, con punte ancora più alte in alcune aree. A ciò si aggiunge un dato significativo: oltre il 30% dei rapporti di lavoro nel Sud è caratterizzato da forme temporanee o discontinue, come evidenziato anche dai report INPS.
In Puglia queste dinamiche risultano ancora più marcate, soprattutto in comparti come turismo, edilizia e agricoltura, dove la stagionalità incide in maniera strutturale. È proprio su questo punto che si concentra una delle principali critiche. “Il problema non è l’entità degli incentivi, ma la loro costruzione”, osserva Assi, spiegando che le misure continuano a basarsi su presupposti di stabilità occupazionale che non rispecchiano la realtà del mercato del lavoro meridionale.
Tra gli strumenti più rilevanti figura il bonus donne, che nelle aree ZES può arrivare fino a 800 euro mensili per 24 mesi. Tuttavia, l’accesso è subordinato a condizioni stringenti, tra cui l’incremento occupazionale netto, l’assenza di licenziamenti nei 6 mesi precedenti e lo stato di disoccupazione di lunga durata. Proprio quest’ultimo requisito rappresenta, secondo Confapi, una criticità sostanziale. “Molte lavoratrici vivono una condizione di precarietà reale, ma non risultano formalmente disoccupate per 12 o 24 mesi continuativi e restano escluse dagli incentivi”, evidenzia Assi, parlando di un evidente cortocircuito tra obiettivi e risultati.
Analoga situazione riguarda il bonus giovani, che esclude l’apprendistato, uno dei principali canali di ingresso nel mercato del lavoro. Secondo i dati INPS, una parte significativa delle assunzioni stabili nelle PMI passa proprio da questo strumento. “Escludere l’apprendistato significa ridurre drasticamente la portata operativa dell’incentivo”, aggiunge.
Ulteriori perplessità emergono sull’incentivo ZES 2.0, limitato alle imprese con meno di 10 dipendenti. Una scelta che, secondo le analisi SVIMEZ richiamate nel comunicato, rischia di penalizzare proprio quelle realtà medio-piccole più strutturate che contribuiscono alla crescita occupazionale stabile nel Mezzogiorno.
Tra gli elementi positivi del decreto viene riconosciuto il richiamo al principio del “salario giusto”, inteso come trattamento economico coerente con la contrattazione collettiva. Un passaggio che Assi definisce condivisibile, perché tutela sia i lavoratori sia le imprese corrette. Tuttavia, avverte, “è necessario evitare nuovi appesantimenti burocratici per chi già opera nel rispetto delle regole”.
Il limite principale resta dunque la distanza tra norma e realtà. Il mercato del lavoro meridionale è caratterizzato da discontinuità, stagionalità e frequente turnover, mentre gli incentivi continuano a richiedere condizioni rigide e continuità occupazionale. In questo contesto, le imprese spesso rinunciano a utilizzare le agevolazioni non per mancanza di interesse, ma per la complessità e l’incertezza applicativa.
“Le PMI del Sud non chiedono semplicemente incentivi più elevati, ma strumenti accessibili, prevedibili e coerenti con la realtà operativa”, rimarca Assi. Un aspetto decisivo, considerando che il decreto interviene esclusivamente sulle nuove assunzioni, senza incidere sui rapporti di lavoro già in essere e senza alleggerire i costi per le imprese che garantiscono stabilità occupazionale da anni.
La conclusione dell’analisi è netta. Senza un ripensamento strutturale delle misure, il rischio è che anche incentivi economicamente rilevanti restino sottoutilizzati. “Nel Mezzogiorno non basta aumentare gli incentivi, serve renderli realmente utilizzabili”, conclude Assi, sottolineando come solo in questo modo le politiche del lavoro possano trasformarsi in un reale motore di sviluppo e non nell’ennesima occasione mancata.
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