TARANTO - Ogni anno, con la Settimana Santa, tornano puntuali le discussioni sulle cosiddette “gare” per l’assegnazione dei simboli delle processioni dell’Addolorata e dei Misteri. Un rito antico, profondamente radicato nella tradizione cittadina, che continua a dividere l’opinione pubblica tra chi lo considera espressione autentica di fede e chi, invece, ne critica i costi.
Al centro del dibattito ci sono le offerte, spesso consistenti, necessarie per ottenere l’onore di portare le “sdanghe” o occupare ruoli simbolici durante i riti. “Com’è possibile che nonostante la crisi si gettino via decine di migliaia di euro?”, è la domanda che si ripete ogni anno, alimentando polemiche e incomprensioni.
Eppure, dietro quei numeri si nasconde una realtà meno visibile ma concreta. Le somme raccolte dalle Confraternite dell’Addolorata e del Carmine vengono infatti utilizzate per attività sociali e assistenziali, rivolte soprattutto alle fasce più fragili della popolazione. Non solo tradizione e devozione, ma anche sostegno concreto al territorio.
I dati dello scorso anno raccontano una dimensione spesso ignorata. Le risorse raccolte hanno permesso di coinvolgere circa 70 aziende, generando lavoro per oltre 300 persone, oltre a garantire quotidianamente un pasto caldo a circa 70 utenti attraverso le attività caritative.
A dare voce a questo aspetto è anche chi vive direttamente la tradizione. In uno dei tanti interventi comparsi sui social (sulla pagina Facebook di Taranto è Lui), una cittadina racconta il significato profondo di questo impegno: “Non è idolatria, non è fanatismo. È fede. Se non ci sei dentro non puoi capirlo”.
Parole che spiegano come, dietro ogni offerta, ci siano sacrifici personali e una partecipazione che affonda le radici nelle generazioni. “Quei soldi donati sono frutto di un amore che non si può comprendere dal di fuori”, si legge ancora, con il richiamo al lavoro quotidiano svolto nelle mense per i più bisognosi.
Il punto, dunque, non è soltanto economico. Le “gare” rappresentano un intreccio complesso tra devozione, identità e solidarietà, in cui il gesto individuale si traduce in un beneficio collettivo. Una dimensione che sfugge a chi osserva dall’esterno, ma che continua a essere parte integrante della cultura popolare tarantina.
"Anche io, all'inizio facevo fatica, ieri ero lì che dopo tanti sacrifici fatti speravo che mio marito se l'aggiudicasse. I soldi non vanno alla chiesa, semmai questo rappresentasse un problema. I soldi sono della Confraternita che svolge una miriade di lavori ed impegni. Io spesso faccio la cuoca alla mensa dei poveri e senza quell'aiuto non potremmo cucinare per circa 70 persone al giorno, ogni giorno. Quei soldi donati, sono frutto di un amore che non si può comprendere dal di fuori ma che ti assicuro è reale. Considerando che, con i propri soldi, ognuno fa ciò che vuole. Ogni anno la mia famiglia, da generazioni, si prepara in ogni modo alla Settimana Santa. Basta sentire sempre le stesse critiche. Non stai pagando una statua, non stai pagando una grazia, non stai riciclando soldi. Stai offrendo, donando ciò che hai per la tua convinzione più profonda, che per noi si chiama fede".
Resta il confronto, spesso acceso, tra sensibilità diverse. Ma al di là delle polemiche, la Settimana Santa conferma ancora una volta il suo ruolo di specchio della città, capace di raccontarne contraddizioni, valori e profonde radici comunitarie.