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Taranto
24 Marzo 2026 - 09:01
Acciaio
TARANTO – Entra nel vivo il confronto sul destino dell’ex Ilva, con i commissari delle amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia che hanno ripreso l’analisi delle 2 proposte di acquisizione presentate dal fondo americano Flacks Group e dal gruppo indiano Jindal Steel International.
Dopo mesi di attesa e con l’ingresso recente di Jindal nella procedura, il dossier è entrato nella fase decisiva. I commissari, affiancati dal team legale, hanno cominciato ieri ad esaminare nel dettaglio i piani industriali per definire le prossime mosse e il percorso di confronto con i due potenziali acquirenti.
Al centro della valutazione non c’è soltanto la sorte dello stabilimento di Taranto, ma l’intero assetto della politica industriale italiana, che continua a dipendere in maniera strategica dalla produzione siderurgica nazionale.
Le due offerte si distinguono in modo netto per impostazione industriale, volumi produttivi, livelli occupazionali e impegni finanziari.
Il progetto presentato da Jindal Steel International prevede una fase transitoria fino al 2030, durante la quale resterebbero attivi 2 altiforni su 3, con una produzione stimata in 4 milioni di tonnellate di acciaio. Attualmente, tuttavia, risulta operativo soltanto l’altoforno 2.
A partire dal 2030, il piano indiano punta allo spegnimento degli altiforni e alla transizione verso un sistema basato su un unico forno elettrico da 2 milioni di tonnellate. La produzione complessiva autorizzata dall’Aia, pari a 6 milioni di tonnellate, verrebbe comunque garantita grazie all’integrazione con gli impianti che Jindal intende sviluppare in Oman, dove sono previsti 2 forni elettrici e 2 impianti Dri per la produzione di preridotto.
In questo schema, una parte significativa della produzione arriverebbe dall’estero sotto forma di semilavorati, destinati a essere lavorati negli impianti italiani a valle, tra cui Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi, con particolare riferimento ai laminatoi e agli impianti di finitura.
Il nodo più delicato del piano Jindal riguarda l’impatto occupazionale. L’attuale forza lavoro, pari a 9.702 addetti, di cui 7.920 a Taranto, potrebbe ridursi a circa 4.000-4.500 unità. Una prospettiva che si inserisce in un contesto già segnato dalla cassa integrazione straordinaria, che coinvolge oltre 3.000 lavoratori nel sito ionico e diverse centinaia negli altri stabilimenti.
Di segno opposto l’impostazione del fondo americano Flacks Group, che punta a mantenere una produzione a Taranto pari a 6 milioni di tonnellate interamente realizzate nello stabilimento, con un impatto occupazionale stimato in circa 8.500 lavoratori diretti.
Anche sul fronte degli investimenti le differenze sono evidenti. Il piano Flacks prevede un impegno finanziario di 5 miliardi di euro, contro gli 1,5 miliardi indicati da Jindal. Due approcci che riflettono visioni industriali profondamente diverse: da un lato un modello centrato sul rilancio produttivo interno, dall’altro una strategia integrata su scala internazionale.
Resta tuttavia aperta una questione cruciale sul fronte americano. I commissari avevano richiesto entro la scorsa settimana ulteriori chiarimenti sull’offerta Flacks, in particolare sulla struttura finanziaria e sulle modalità di copertura degli investimenti. Il fondo non ha fornito le integrazioni nei tempi previsti, spiegando di aver ricevuto richieste particolarmente stringenti e sottolineando l’esistenza di un negoziato già in fase avanzata, chiedendo al contempo un confronto diretto.
La scelta finale si presenta dunque complessa e carica di implicazioni. Da un lato la sostenibilità economica e industriale, dall’altro la tutela dell’occupazione e il mantenimento di una produzione strategica sul territorio nazionale.
In gioco non c’è soltanto il futuro di Taranto, ma la capacità dell’Italia di mantenere una filiera siderurgica autonoma, elemento ritenuto essenziale per settori chiave come manifattura, infrastrutture ed energia. Una decisione che segnerà non solo il destino dell’ex Ilva, ma anche l’indirizzo della politica industriale del Paese nei prossimi anni.
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