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L'analisi
24 Marzo 2026 - 07:59
Poste Italiane - archivio
BARI – Poste italiane lancia una OPAS totalitaria su Tim. Per dirla in maniera grossolana ma precisa vuole prendersi la Tim tutta la Tim. Precisamente è la Cassa Depositi e Prestiti che rafforza il suo portafoglio titoli.
Come mai?
Sembra la realizzazione di una filosofia “patriottica” di far tornare in Italia e in “buone mani” i pezzi della nostra economia più rilevanti. Ma se il prossimo governo fosse di sinistra? non sarebbe un regalo della destra alla sinistra? Certo! Ma per il momento portiamolo in Italia mentre negli anni la sinistra aveva chiuso un occhio alla internazionalizzazione di molti marchi italiani. Questo sembra essere il pensiero che ha guidato la mano di chi ha voluto questo passo.
Ci sono anche delle questioni tecnologiche che forse si sarebbero dovute affrontare molto prima ma meglio tardi che mai.
Chi mette i soldi? Manco a dirlo! I risparmiatori italiani che si fidano delle poste gli stessi che hanno creduto nelle banche volatilizzate negli anni e che sono stati scottati dagli investimenti “fai da te” e che quindi si sono rifugiati nella posta. Cosa conteranno costoro? Meno di nulla.
Ai vecchi azionisti di Tim si offrono in cambio anche “nuove azioni” di poste facendo in modo da fargli guadagnare qualcosa. Ma Tim deve sparire e Poste è troppo grande per poter essere controllata da altri. Quindi siamo di fronte ad una operazione complessa che certamente è stata decisa dopo lunghe trattative tra i due management e i due azionariati sempre sulla testa dei piccoli azionisti e dei cittadini in genere non si può credere che il governo non ne sappia nulla e non abbia partecipato alla ispirazione e alla attuazione dell’intera operazione. Né si può dire che sia una operazione a titolo gratuito.
È la idea della reincarnazione dell’IRI di cui molti sentono la mancanza. L’IRI è molto cara ai democristiani che hanno molto beneficiato di tanto potere ma è molto cara anche alle sinistre che ad ogni crisi aziendale gridano alla nazionalizzazione dell’azienda che produce perdite negli anni settanta si gridava alla “gepizzazione” o “irizzazione” proprio perché tutti guadagnavano da questa operazione di pubblicizzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti sotto forma di salari immeritati e spesso faraonici dei boiardi di Stato i sindacati i partiti gli operai peccato che produceva perdite vere o false che poi andavano a carico dei cittadini in vario modo. Ma l’IRI è molto cara anche ai fascisti di oggi che vogliono ricalcare le grandezze di un’epoca in cui il regime introdusse primo al mondo questa formula non pubblica ma anche non privata che salvava capre e cavoli e che ci ha permesso di passare indenni dalla grande depressione del 29.
Peccato che chi ha inventato l’IRI non è stato un teorico o economista fascista ma un salernitano comunista sfegatato che di mestiere faceva il consigliere preferito del Duce e che si trovò perfettamente d’accordo con quest’ultimo nel concentrare nello Stato il massimo del potere possibile. Cioè allora destra e sinistra ponevano lo stato sopra tutto mentre il cittadino era una specie di granello di sabbia che poteva essere sacrificato in una guerra o in una operazione finanziaria senza molte preoccupazioni. Ma il fascismo come anche il comunismo sono caduti proprio su questo sul disprezzo della persona umana e oggi come allora la destra si presenta con le stesse forme della sinistra salvo a cambiare nome e capo.
Quindi siamo tutti contenti del recupero di Tim alla economia nazionale, meglio staremmo se anche le decine dei migliori marchi nazionali tornassero in mani italiane a pagassero le tasse qua come fanno contadini e artigiani commercianti e lavoratori autonomi e dipendenti. Ma per il momento oltre a questa soddisfazione c’è solo la preoccupazione sul chi pagherà gli eventuali problemi e le ambizioni che dovessero sorgere i clienti gli utenti i risparmiatori i contribuenti? Un’azienda così grande non è certo una azienda ma un centro di potere in grado di trasferire sui portafogli di tutti i propri costi o errori.
Quindi non è certo un esempio di democrazia economica. Quindi non è il futuro che si affaccia ma il passato che ritorna.
La verità è che da un secolo non siamo ancora usciti da quella filosofia centralista ed illiberale che ha trasformato il XX secolo nel secolo più sanguinoso di sempre. E la gente senza bisogno di sapere cose complicate sentenzia sono tutti uguali e non va a votare mentre l’Occidente in attesa di un nuovo pensiero politico implode.
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