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Taranto

Ex Ilva, “60 anni di industria tra morti, malattie e occasioni perdute”

Quattro realtà associative denunciano il modello siderurgico e chiedono una svolta radicale: “La produzione a carbone non è sostenibile, la città ha già pagato troppo”

Produzione di acciaio

Produzione di acciaio

TARANTO - Una denuncia dura, che ripercorre oltre 60 anni di storia industriale della città e ne mette in discussione il futuro. Le associazioni firmatarie del comunicato, Associazione Genitori Tarantini Ets, Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, LMO Sindacato di Base e Terra Jonica, tracciano un bilancio severo del modello siderurgico legato allo stabilimento tarantino.

Secondo i promotori dell’iniziativa, il sito produttivo ha rappresentato in passato un pilastro dell’economia nazionale, ma ha lasciato nel tempo un’eredità segnata da profondi cambiamenti sociali e da gravi conseguenze sanitarie e ambientali. “Noi tarantine e tarantini conosciamo anche l’altra parte della storia”, si legge nel documento, che richiama il passaggio da attività tradizionali come agricoltura e mitilicoltura al lavoro industriale.

Nel comunicato viene evidenziata una lunga sequenza di incidenti sul lavoro e di malattie, con un riferimento anche all’episodio del 2003, quando morirono due giovani operai. “Innumerevoli morti bianche, spesso non rese pubbliche”, denunciano le associazioni, sottolineando come questi eventi abbiano segnato profondamente la comunità.

Il quadro descritto è quello di una città che avrebbe pagato un prezzo elevato, non solo in termini sanitari ma anche economici e sociali. I firmatari parlano di un sistema che avrebbe soffocato lo sviluppo di alternative produttive, limitando la crescita di settori come il turismo, la cultura e le piccole imprese. “Un monopolio del lavoro che ha soffocato ogni alternativa possibile”, viene affermato.

Non manca il riferimento alle vicende giudiziarie legate al processo “Ambiente svenduto”, indicato come elemento che avrebbe evidenziato criticità nel sistema di gestione e controllo. Allo stesso tempo, viene sottolineato come il futuro prospettato continui a comportare rischi rilevanti per la salute pubblica.

Le associazioni contestano anche l’idea che la produzione siderurgica sia indispensabile per l’economia nazionale. “Analizzare le necessità del mercato dell’acciaio non si può tradurre nella presenza dell’Ilva”, si legge, con un richiamo alle carenze strutturali degli impianti e agli investimenti ritenuti insufficienti per migliorare la qualità produttiva.

Nel documento si fa riferimento a un’Aia che prevedrebbe ancora 10 anni di produzione a carbone, ritenuta incompatibile con gli obiettivi ambientali. Viene inoltre messa in discussione la sostenibilità dei progetti di decarbonizzazione, definiti non realizzabili nelle condizioni attuali.

I firmatari insistono sul tema dei costi umani, parlando apertamente di malattie, decessi e impatti sulla popolazione, con particolare attenzione anche all’età pediatrica. A questi elementi si aggiungerebbero le conseguenze occupazionali, tra riduzione degli organici e ricorso massiccio alla cassa integrazione.

Un passaggio significativo riguarda la condizione attuale dello stabilimento. “L’Ilva è chiusa dal 2012”, sostengono le associazioni, indicando negli impianti inattivi e nella riduzione della forza lavoro elementi evidenti di una crisi ormai strutturale.

Nel comunicato viene inoltre criticata l’ipotesi di rilanciare la produzione fino a 11 milioni di tonnellate annue, ritenuta insostenibile sia dal punto di vista tecnico che economico. “Il progetto è insostenibile”, si legge, con riferimento anche alle difficoltà legate alla realizzazione di impianti alternativi.

Le associazioni chiamano in causa anche il ruolo di Confindustria e delle organizzazioni sindacali, accusate di non aver inciso in modo determinante nel cambiare il corso degli eventi. “Ci chiediamo perché questa classe dirigente non riesca a guardare oltre”, affermano, denunciando l’assenza di una visione alternativa per il territorio.

Il comunicato si chiude con un interrogativo sul futuro della città e sulle responsabilità delle scelte compiute negli anni, indicando come prioritaria la necessità di superare un modello industriale considerato non più sostenibile e di aprire nuove prospettive per la comunità ionica.

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