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Taranto

Ex Ilva, il futuro tra Jindal e Flacks. Inviato il report sulle due offerte

Il ministro Urso annuncia il confronto tra le due proposte per la vendita del siderurgico. Industria e sindacati osservano con attenzione mentre si apre una fase decisiva per Taranto e per l’intero sistema manifatturiero italiano

Adolfo Urso

Adolfo Urso

TARANTO - Il futuro dell’ex Ilva è sempre al centro del confronto nazionale. La procedura per la vendita del complesso siderurgico entra in una fase decisiva mentre il governo valuta le manifestazioni di interesse presentate dal gruppo indiano Jindal e dal fondo americano Flacks Group, due soggetti pronti a contendersi il rilancio del polo industriale di Taranto.

A fare il punto è stato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, intervenuto a margine di un convegno. Il titolare del dicastero ha spiegato che i commissari straordinari hanno già trasmesso al ministero una relazione dettagliata contenente gli elementi relativi alle due proposte in campo.

Secondo quanto riferito da Urso, il documento consente di mettere a confronto i piani industriali presentati dalle due cordate, così da individuare la soluzione più adeguata per il futuro della produzione siderurgica italiana.

«È stato inviato il report dei commissari – ha dichiarato il ministro – sia sulla manifestazione di interesse di Jindal per proseguire nel negoziato sia sulle risposte fornite dal fondo Flacks Group. Le due proposte saranno comparate, come previsto dalla procedura di gara, affinché venga scelta davvero la migliore».

Il ministro ha anche voluto chiarire alcune indiscrezioni circolate nelle ultime settimane riguardo al possibile stop dell’area a caldo dello stabilimento ionico nel caso di un ingresso del gruppo indiano. Secondo Urso si tratta di informazioni non corrispondenti ai contenuti della proposta.

«Tutt’altro – ha spiegato – perché il piano di Jindal prevede il mantenimento degli altoforni fino all’installazione dei forni elettrici, garantendo la continuità produttiva a Taranto e negli altri siti italiani attraverso tecnologie green».

Il progetto industriale illustrato dal ministro punterebbe infatti a una decarbonizzazione progressiva della produzione, con la sostituzione graduale degli altoforni tradizionali attraverso impianti basati su forni elettrici. Una trasformazione che dovrebbe avvenire senza interrompere l’attività produttiva.

«Il piano – ha aggiunto Urso – prevede un progetto piuttosto tempestivo di decarbonizzazione e la sostituzione nel tempo degli altoforni con la produzione di acciaio tramite forni elettrici in piena continuità produttiva, una condizione necessaria per rispondere alle esigenze del sistema manifatturiero italiano».

Intorno alla vertenza cresce intanto l’attenzione del mondo imprenditoriale. Nei giorni scorsi Simone Bettini, presidente di Federmeccanica, insieme al direttore generale Stefano Franchi, ha visitato gli impianti di Acciaierie d’Italia a Taranto. Con loro anche una delegazione di Confindustria Taranto, impegnata in un confronto pubblico sul futuro del siderurgico.

La presenza della federazione delle imprese metalmeccaniche non è casuale. L’acciaio prodotto a Taranto rappresenta infatti un elemento strategico per numerose filiere industriali italiane, dalla meccanica alla cantieristica, fino al settore automotive.

Già in passato Federmeccanica aveva voluto sottolineare il valore strategico dello stabilimento. Nel giugno 2019 l’associazione tenne proprio a Taranto la propria assemblea generale, un gesto interpretato come segnale di attenzione verso il rilancio della produzione siderurgica nazionale.

Lo stesso Bettini è tornato sul tema il 5 marzo scorso, durante la presentazione dell’indagine congiunturale della federazione. In quell’occasione aveva ricordato con chiarezza quanto il sistema industriale italiano dipenda dall’acciaio prodotto nel Paese.

«Le nostre imprese hanno bisogno di acciaio italiano. L’Italia ha bisogno dell’ex Ilva», aveva dichiarato il presidente di Federmeccanica, sottolineando che senza una produzione nazionale adeguata intere filiere industriali rischierebbero di trovarsi in difficoltà.

I dati raccolti dalla federazione fotografano con precisione questo scenario. Secondo l’indagine, il 68% degli imprenditori metalmeccanici considera strategico il ripristino dell’attività produttiva dell’ex Ilva, mentre il 63% delle aziende utilizza acciaio nei propri cicli produttivi.

Per una quota rilevante di imprese, pari al 42%, il costo dell’acciaio rappresenta inoltre oltre il 30% del valore complessivo delle materie prime impiegate, segno della centralità di questa risorsa per l’economia industriale italiana.

Se dal lato delle imprese emerge una forte attenzione per il destino dell’impianto di Taranto, il mondo sindacale guarda invece con crescente preoccupazione all’andamento delle trattative.

Il segretario generale della Fiom Michele De Palma ha espresso perplessità sull’evoluzione della vicenda, sottolineando come nelle ultime settimane si siano susseguiti annunci e ipotesi diverse riguardo ai potenziali acquirenti.

«Dalle dichiarazioni del ministro sembrava fossimo a un passo dalla chiusura della trattativa prima con Baku Steel, poi con Flacks. Ora si parla di una nuova trattativa con Jindal e di uno scontro tra i due gruppi. Tutto questo – ha affermato – non fa bene al Paese e alla sua credibilità».

Per la Fiom resta centrale il ruolo dello Stato nel processo di transizione industriale e ambientale del sito di Taranto. Secondo De Palma, infatti, senza una presenza pubblica non sarebbe possibile accompagnare la trasformazione tecnologica e la decarbonizzazione del siderurgico.

Anche dal fronte della Cisl arriva un invito alla prudenza. La segretaria generale Daniela Fumarola ha sottolineato la necessità di comprendere quale direzione industriale si intenda realmente intraprendere per il futuro dello stabilimento.

«Bisogna capire quale intervento si vuole mettere in campo – ha dichiarato – perché oggi serve un’industria che produca acciaio, che sia sostenibile dal punto di vista ambientale e che garantisca lavoro e sicurezza».

La leader sindacale ha inoltre ricordato che, qualora l’accordo con i potenziali acquirenti non dovesse concretizzarsi, il governo dovrà valutare anche soluzioni alternative, un vero e proprio piano B capace di assicurare continuità industriale e tutela occupazionale.

Nel frattempo il dossier ex Ilva resta uno dei più complessi tavoli industriali aperti nel Paese. La scelta dell’acquirente e il modello produttivo da adottare nei prossimi anni rappresentano un passaggio decisivo non solo per Taranto ma per l’intero sistema industriale italiano, che continua a guardare al grande stabilimento siderurgico jonico come a uno snodo fondamentale per il proprio futuro produttivo.

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