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Il commento
12 Marzo 2026 - 12:01
L'aula del Senato mentre il Ministro Urso riferiva sull'ex Ilva
TARANTO - Ci sono momenti in cui la politica dovrebbe fermarsi, ascoltare e assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Momenti in cui il Parlamento dovrebbe essere il luogo della massima attenzione istituzionale, perché in gioco non c’è solo una questione locale, ma il futuro industriale di un intero Paese.
Uno di quei momenti era quello in cui il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha deciso di riferire al Senato sulla situazione dell’ex Ilva. Una vicenda che da anni rappresenta il nodo più difficile della politica industriale italiana e che oggi riguarda non solo Taranto, ma l’equilibrio dell’intero sistema manifatturiero nazionale.
Il ministro lo ha detto chiaramente nel suo intervento, senza giri di parole. Mantenere attivo lo stabilimento siderurgico di Taranto non è solo una scelta industriale, ma una sfida strategica per l’Italia. Una chiusura avrebbe conseguenze devastanti sull’intero sistema produttivo, come ha ricordato anche Federmeccanica dopo la recente sentenza del tribunale di Milano.
Parole pesanti, che raccontano una verità che a Taranto conosciamo da decenni. L’acciaio di Taranto è una colonna portante della filiera industriale italiana. Senza quella produzione, molte aziende del Paese si troverebbero improvvisamente senza una fonte fondamentale di approvvigionamento.
Era quindi lecito aspettarsi che il Parlamento affrontasse questo passaggio con la serietà che merita. Che l’aula del Senato fosse piena. Che maggioranza e opposizione fossero presenti, perché davanti a questioni di questa portata non esistono bandiere politiche, ma solo l’interesse nazionale.

E invece le immagini arrivate da Palazzo Madama raccontano una scena desolante.
Scranni vuoti. Poltrone abbandonate. Un’aula quasi deserta.
I senatori presenti si potevano contare sulle dita di due mani. Non mancavano solo quelli della maggioranza, ma anche molti rappresentanti dell’opposizione.
E allora la domanda diventa inevitabile. È davvero questa l’attenzione che la politica nazionale dedica alla vicenda ex Ilva? È questo il livello di partecipazione che merita un tema che riguarda migliaia di lavoratori, un’intera città e una fetta consistente dell’economia italiana?
Taranto è abituata da anni a vivere sulla propria pelle il peso delle decisioni industriali e politiche. Sa cosa significa essere al centro del dibattito nazionale e allo stesso tempo sentirsi spesso periferia del potere decisionale.
Ma la scena vista in Senato rischia di raccontare qualcosa di ancora più inquietante. Non solo la distanza tra Roma e Taranto, ma la distanza tra la politica e le questioni reali del Paese.
Perché se davvero la chiusura dell’ex Ilva rappresenterebbe un colpo devastante per il sistema produttivo italiano, allora quella seduta parlamentare avrebbe dovuto essere una delle più partecipate degli ultimi mesi.
Invece è diventata una fotografia amara.
Un’immagine che sembra uscita da uno dei celebri aforismi di Ennio Flaiano, che probabilmente avrebbe commentato con la sua consueta ironia tagliente: “La situazione è grave, ma non seria.”
E forse il punto è proprio questo. Taranto continua a vivere una delle vicende industriali più complesse d’Europa, mentre la politica nazionale sembra spesso trattarla come una questione da calendario, una voce tra tante nell’agenda parlamentare.
Ma per questa città, per i suoi lavoratori e per il futuro industriale del Paese, l’ex Ilva non è una voce tra tante.
È una partita decisiva.
E meriterebbe, almeno, un Parlamento pieno.
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