È entrata nel carcere di Taranto che era una ragazza di poco più di 22 anni. Da quella sera del 15 ottobre 2010 sono trascorsi quasi 12 anni e Sabrina Misseri ormai è una donna e in carcere dovrà rimanerci ancora secondo la Cassazione che ha respinto la richiesta di permesso premio presentata dai suoi difensori, il professor Franco Coppi e l’avvocato Nicola Marseglia. Lei e sua madre Cosima Serrano sono state condannate all’ergastolo perché ritenute responsabili in concorso di aver sequestrato e ucciso Sarah Scazzi il 26 agosto 2010. Dopo averla strangolata, aiutate da Michele, hanno nascosto il cadavere della 15enne, figlia della sorella di Cosima, Concetta. Cadavere che lo zio Michele subito dopo ha caricato nel bagagliaio della sua auto per gettarlo in un pozzo nelle campagne di Avetrana dove lo ha fatto ritrovare la sera del 6 ottobre, confessando davanti a carabinieri e magistrati. Questo raccontano le sentenze col pollice verso sul delitto di Avetrana. I legali di Sabrina hanno presentato ricorso contro l’ordinanza emessa il 12 aprile dello scorso anno dal Tribunale di Sorveglianza che ha basato la sua decisione sul fatto che la detenuta si rifiuta di ammettere le responsabilità che le sono state addebitate nei tre gradi di giudizio. Secondo la Prima Sezione Penale della Cassazione il ricorso “è infondato” in quanto il Tribunale di Sorveglianza nel rigettare la richiesta di permesso premio “ha fondato la propria valutazione sulla sostanziale sottrazione al confronto con gli operatori sugli elementi posti a fondamento della sua condanna”.
“Tale circostanza – secondo la Suprema Corte - legittima l’impossibilità evidenziata nell’ordinanza, di valutare in termini positivi l’incidenza del percorso penitenziario sul giudizio di pericolosità”. “La non necessità della confessione del reato per ottenere il permesso premio – prosegue l’ordinanza dei giudici ermellini - non elide infatti la rilevanza da attribuire al comportamento del condannato che risulti indisponibile al tentativo degli educatori di promuovere la riflessione sul vissuto connesso alle sue vicende penali”. Secondo la Cassazione, permane “l’accertata persistente pericolosità sociale” di Sabrina che, quindi, non può usufruire di permessi premio e uscire dal carcere di Taranto anche solo per qualche giorno. Di opposto parere, invece, la difesa della 34enne di Avetrana, che ritiene legittima la scelta della detenuta di continuare a respingere le accuse, così come, del resto, ha sempre fatto anche davanti alla Corte d’Assise di Taranto. Secondo i legali, nella valutazione della richiesta non è stato tenuto nella dovuta considerazione il “positivo percorso penitenziario” compiuto dalla detenuta rimarcando, invece, il fatto che la donna “rifiuta di assumersi la responsabilità dell’omicidio per il quale è stata condannata”.
I difensori ritengono “legittima” la sua scelta di non assumersi la responsabilità. “D’altra parte”, evidenziano, “la condannata ha proposto ricorso davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo e intende proporre istanza di revisione della condanna”. Dunque, è la conclusione della difesa, “è legittimo il comportamento di negazione della responsabilità che non può essere valorizzato per rigettare il permesso premio, istituto finalizzato al favorire il reinserimento sociale”. Anche il padre di Sabrina, Michele, ha presentato una richiesta al Tribunale di Sorveglianza tramite il suo difensore Luca La Tanza nel tentativo di lasciare il carcere (lui è in cella in una struttura penitenziaria di Lecce). Il suo auspicio è di continuare a saldare il conto con la giustizia con una misura alternativa, che magati gli consenta anche di lavorare come agricoltore. Michele è stato condannato a 8 anni di reclusione per soppressione di cadavere, più della metà dei quali già scontati a partire dal 22 febbraio 2017, a cui si aggiungono altri 8 mesi circa di custodia cautelare in carcere. Il suo caso, quindi, è molto diverso considerando l’estraneità all’assassinio della nipote, decretata prima dalle indagini e poi dalle sentenze malgrado il suo tentativo di addossarsi il delitto con diverse versioni nel tentativo di scagionare moglie e figlia.
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