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DARK FANTASY

Moby Freak

di Federico Romagnoli

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Moby Freak

di Federico Romagnoli

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L’edizione era del 1983, non particolarmente vecchia e nemmeno particolarmente moderna. Avevo l’abitudine di carezzarne la copertina: una cartonata come tante e senza pretese, semmai particolarmente usurata dalle mie libidinose attenzioni. Lì si ergevano protagonisti un vecchio capitano con una gamba di legno in primo piano e, dietro, la sagoma imponente di una balena con la coda maestosa e prepotente, ma allo stesso tempo rassicurante come una voce di conforto. Come di conforto era per me la lettura: il profumo della carta, talvolta silenziosa e intima, talvolta ad alta voce, come a far risuonare il mio iconico possesso su quella storia, madre di ogni avventura senza età. Quel Moby Dick eccitava le mie serate, sfinendomi verso il meritato sonno proprio mentre mi trasformavo in Achab. Ah, ventura delle infinite venture...
Ma tutto si ghiacciò dentro di me quando, arrivato all’attesa ennesima fine, mi ritrovai vincitore con in mano l’arpione e il cuore del cetaceo incastrato e sanguinante come le mie certezze, ora travolte come la morta Moby Dick. Non era più questo il mio mondo? Una vertigine mi avviluppò le membra; tutto svaniva mentre sentivo un canto in lontananza, fioco come un’ossessione, come scandito da un demone: «Ho sentito, ancora il cuore, come un arpione, battere sul petto... ho sentito ancora il cuore, come un arpione, battere sul petto...»
Sei mai stato su una nave in tempesta? La follia delle onde che sciacqua via la ragione e tutto intorno solo la disperazione, nessuno che ti guardi negli occhi con un briciolo di compassione. Sei mai stato vinto da una paura folle e liberticida, come un’ipnosi di gesso che si sgretola lentamente, attimo dopo attimo, e non ti fa muovere e nemmeno ti dissolve completamente, perché quella sarebbe, infine, una liberazione? Sei mai stato libero veramente, tanto da urlare la tua protervia al cielo perché nessuno, dico nessuno, ti starà mai accanto nel delirio della libertà?
Ecco, mi sentivo esattamente così quando, brandendo come una spada le altre sette copie in mio possesso del romanzo, vi trovai sempre lo stesso impossibile e maledetto finale: il capitano Achab trionfante sul tremendo mammifero, ora vittima sacrificale. Potevo sentire il battito del cuore urlare la natura contraffatta della natura stessa. Tutto intorno puzzava di marcio; era come se il mare mai più mi scorresse dentro, e fuori un nuovo, osceno teatro da affrontare. Era dunque una sfida? Di sicuro potevo solo affidarmi a una timida luce, di cui non sapevo la provenienza, se fosse amica, o un’allucinazione o una trappola mortale. Improvvisamente mi sentivo schiacciare dal libero arbitrio: non sei felice, misero lettore? Ora puoi essere protagonista, puoi cambiare il corso della storia... eppure ti crucci e ti arrovelli? Che voce malefica ha il libero arbitrio; ne sentivo la puzza, il raggelante scorrere da un orecchio all’altro, la flatulenza invisibile d’un demone. E tu, mio lettore, che fai? Sei già andato a controllare la tua copia di Moby Dick? Non farlo. Non andare a mettere a soqquadro le biblioteche, non scartabellare il tuo computer alla ricerca di elettroniche malvagità; rischieresti di perdere il senno. O no?
Avevo nove anni, mese più mese meno, e mia mamma mi portò finalmente al Luna Park. Uno di quei Luna Park tutto ferraglia arrugginita e dolcetti di zucchero artificiale. Uomini con cappelli bicolori e strani bastoni ci invitavano a entrare nei tendoni, anche in quelli palesemente vietati ai bambini. Me ne ricordo vividamente uno dove campeggiava un manifesto gigantesco: due seni enormi schiacciavano il volto volgare di una ragazza. «Venite a vedere le tette più grandi del mondo, uno spettacolo unico e irripetibile!» e giù una risata volgare, «per soli due soldi non avrete più da annoiarvi chiusi in bagno!» e la risata si faceva isterica, insostenibile alle mie povere orecchie di bimbo disincantato e attratto solo dalle favole marinare.
Non era per quello che ero stato accompagnato al Luna Park, ma per Moby Freak, un’enorme balena minacciosa quanto sgangherata. Il muso era uguale a quello della copertina del libro che avevo in casa, quella copertina cartonata che adoravo accarezzare. Il grigio plumbeo della calotta era straordinariamente ben conservato a dispetto del bianco della pancia, che aveva l’aspetto di un puzzle tanto erano le scortecciature del tempo e dell’incuria. Questo la rendeva ancora più inquietante: sembrava un animale la cui anima era divorata a metà. All’interno si narrava succedessero eventi magici, dove si esibivano vecchi marinai che avevano calpestato il legno del Pequod. Io avevo già letto il romanzo di Melville per ben tre volte e la fantasia che vi riversavo sopra andava ben oltre la fine del romanzo, tanto da sentirmi un piccolo Capitano Achab, sempre sconfitto eppure vivo. Tutti gli altri erano Spider-Man, Superman, Batman; le bambine prediligevano improbabili principesse. Io preferivo combattere con la balena bianca, dalla parte del reietto capitano, sognando l’impossibile trionfo.
Ma dentro il ventre di Moby Freak sembravano succedere cose strane. Il mio amico Elia, che era riuscito ad entrare di nascosto qualche giorno prima, non era più lo stesso: sembrava vivere in un sogno parallelo, sempre assente, scontroso e inquieto persino della sua ombra. Eppure per me era come un magnete, ed era mio preciso dovere, in nome del Capitano Achab, entrare. Convinsi mia madre; cedette dopo mille suppliche. L’accesso ai bambini era consentito solo con l’accompagnamento di un genitore, e non avevo voglia di entrare di nascosto come Elia; il mio rango di capitano immaginario non me lo permetteva! D’altro canto sapevo che mia madre, una volta ottenuto l’ingresso, se ne sarebbe andata per i fatti suoi.
«Vengano signori! La magia di Moby Freak è pronta ad avvolgere le vostre paure!» «Cinque soldi mi costa questa tua fissazione» sbuffò mia madre. «Io non ho nessuna intenzione di stare dentro questa massa di ruggine, dunque va' e fatti trovare qui tra... quanto dura questa cosa, buon uomo?» Vidi gli occhi del giostraio illuminarsi di una luce rossastra. Oh sì, posso giurarlo sul Dio di tutti i mari: un lampo scintillante e furioso gli attraversò le pupille, una roba che mi agghiacciò il sangue. «Signora mia, a tutto c’è rimedio. Se il suo moccioso freme impavido per il mostro, lo facciamo andare da solo. Che dici, mocciosetto, hai il pelo sullo stomaco?» Mi guardava dritto negli occhi, quasi aspirandomi l’anima. Atterrito, ma senza intenzione di darla vinta a mia madre che sogghignava, risposi a tono: «Mi chiamo Herman e non mocciosetto, e non ho nessuna paura di entrare là dentro da solo!»
Il giostraio esibì un sorriso a trentadue denti marroni che avrebbe ucciso il Diavolo in persona. Disse parole con un ritmo che lasciava senza fiato; potevo percepire una cattiveria senza eguali in quella cantilena mascherata da diabolica gentilezza. Stavo per scoppiare a piangere quando vidi mia madre prendere a braccetto l’orco-giostraio, ridendo della mia faccia pallida. «Ciao tesoro, ci vediamo tra poco, divertiti almeno tu!» «Oh, non si preoccupi signora, ce n’è per tutti questa notte!» e rise, mentre la palpeggiava e le diceva qualcosa all’orecchio. Ma non potevo seguirla; l’ossessione per la balena offuscava ogni altro pensiero. Fu l’ultima volta che vidi mia madre.
Dentro Moby Freak c’era una luce potente, eppure discreta. Marinai ubriachi, donne bellissime e donne bruttissime. Capitani vittoriosi e capitani sempre sconfitti, sirene, mostri, barili di rum. Mi sembrava di assorbire tutto ciò che vedevo, di essere questo e quello allo stesso momento, come un labirinto di specchi destinato ad andare in frantumi. Vidi un uomo, o un uomo travestito da un altro uomo, in un angolo disinteressato al circo dei freak. Sopra la sua testa vi era una scritta: Dio t’aiuti, vecchio. I tuoi pensieri hanno creato in te una creatura. «Ciao Herman, sei un ragazzo troppo curioso. Stai attento o finirai per scrivere un libro, o magari solo per cambiarne il finale.» «Conosci il mio nome? E tu chi sei?» «Oh Herman, certo che conosco il tuo nome, anche il tuo respiro. Noi strappiamo le pagine insieme, tranne l’ultima, da sempre: restare o andare, soffrire o godere, inventare o accettare.» Mi fissò dritto negli occhi. Era un uomo, o un uomo travestito da un altro uomo. Ero forse io? Sussurrava con voce sempre più potente: «Ho sentito, ancora il cuore, come un arpione, battere sul petto...» e i sensi mi abbandonarono. Avviluppato sulla schiena della balena, legato alla fune dell’arpione, sentivo cadere ogni ragione, soffocato dal ghigno di una folla curiosa di mostri.
Mi sveglio di soprassalto. La prima cosa che noto è un libro sul comodino: uno strano libro che non ricordo di aver mai messo lì. Un altro Moby Dick, ma "Dick" è corretto con uno sgraziato frego nero, trasformato in Moby Freak. Lo apro con inspiegabile terrore; ogni pagina è irriconoscibile, mille storie che si intersecano come un mostro multiforme. Strappo pagina per pagina finché arrivo all’ultima: Il corpo prigioniero, avvolto nella bandiera di Achab, andò a fondo con la nave che, come Satana, non volle scendere all’inferno finché non ebbe trascinata con sé, per farsene elmo, una parte vivente del cielo. A margine, una scritta rosso rubino, fatta di certo da una mano insanguinata: «Dunque lettore, hai poi perso il senno?». Mamma, mamma, ci sei, mamma?

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