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FANTASY - GOTICO

L'isola degli amanti

di Gessica Rampazzo

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


L'isola degli amanti

di Gessica Rampazzo

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Tutto era terminato nella sala conferenze della Paris Lacroix Publicité, la multinazionale francese famosa nel campo pubblicitario. I camerieri in livrea nera e guanti bianchi stavano togliendo i bicchieri dal tavolo in cristallo del celebre architetto Hadi Teherani. Sorretto da un inserto centrale in acciaio inossidabile, quel tavolo sembrava una scultura pronta a librarsi dal centro della sala. Languidi raggi rossastri filtravano dalle vetrate in alluminio sui tre lati della sala e giocavano con il marmo lucido del pavimento. «Vivien!» Risuonò nella stanza. Vivien Dubois lanciò un’occhiata all’uomo alle sue spalle, fece un impercettibile movimento del capo e tornò a riflettere la sua immagine sul vetro. Da quell’altezza era possibile abbracciare l’intera Parigi e la vista sulla Tour Eiffel era sensazionale, ma a Vivien Dubois sembrava non interessare particolarmente. «Un brindisi alla mia direttrice creativa.» Si complimentò monsieur Rolland, stappando una bottiglia di Dom Pérignon Vintage del ’95. «L’ho appena saputo.» Inspirò profondamente i toni di brioche e miele, mentre si mescolavano a quelli dell’albicocca e mandorla fresca. «Hai ottenuto un contratto da favola, Vivien.» Esultò, riempiendo due calici. Le bollicine salirono insieme al liquido dorato dello champagne.
«Lascio l’agenzia, Martin.» Gli disse lei a bruciapelo. Monsieur Rolland la fissò scioccato. «Come? Adesso?» Riuscì a dire dopo qualche secondo di silenzio. Vivien Dubois continuò a guardare fuori dalla vetrata. La morte di suo marito Brian e di suo figlio di quattro anni in quel maledetto incidente aereo l’avevano distrutta intimamente. «So di non poter capire quello che provi, Vivien.» La consolò monsieur Rolland. «Perdere Brian e Sam lo stesso giorno e in quel modo…» Le parole gli uscivano a fatica. «Addio, Martin.» Gli rispose lei, uscendo dalla sala.
Lo studio legale di monsieur Picard si trovava al secondo piano di un vecchio edificio in rue de Moncey. Vivien Dubois spense il cellulare prima di entrare. «Allora signora Dubois, cosa vuole?» Le domandò monsieur Picard in modo spicciolo e frettoloso. «L’isola degli Amanti.» Tagliò corto lei. Monsieur Picard sorrise, mostrando una fila di denti brunastri. «Non capisco cosa intenda, madame.» Rispose. «L’isola degli Amanti.» Ripeté Vivien in tono più deciso. «Un amico mi ha detto che lei è il contatto.» «Il contatto?» Le fece eco monsieur Picard. «Non capisco davvero di cosa stia parlando, madame.» Le assicurò. Vivien scrutò i suoi occhi nascosti da lenti scure. «Ho molti soldi, monsieur Picard.» Gli confidò. «So che l’isola è costosa, ma io posso garantirle...»
Monsieur Picard si alzò in piedi. «Mi dispiace, madame Dubois. Il suo amico le ha giocato un brutto scherzo. Non conosco il posto di cui parla.» La liquidò, allungandole la mano. «L’eterno Dio piantò un giardino in Eden, ad oriente, e vi pose l’uomo che aveva formato, Genesi 2,8.» Citò lei, senza alcuna intenzione di andarsene. Monsieur Picard chiuse la mano a pugno, girando la testa verso un angolo buio dello studio. «Il suo amico è una persona generosa, madame Dubois.» Constatò una voce maschile, rimanendo nell’ombra. «Ma rivelare l’esistenza dell’isola e il modo per accederervi non basta.» Sentenziò la voce. «L’isola è costosa, a volte troppo costosa…» «Io posso pagare, monsieur…» Lo interruppe Vivien. L’uomo nell’ombra fece schioccare le labbra prima di risponderle. «Lo sappiamo, madame Dubois.» Replicò. «Sappiamo chi è, di quanti soldi dispone e di quanti ne avrà appena la campagna pubblicitaria andrà in onda; ma questo non basta per accedere all’isola.» La informò.
«Lei invece chi è, monsieur?» Replicò Vivien irritata da tanto mistero. «L’isola vuole gente pronta, madame,» le rispose l’uomo misterioso. «Pronta a cosa?» Sbuffò Vivien. «Ad accettare le sue regole.» Ricevette come risposta.
Vivien sbuffò di nuovo. Aveva sentito parlare dell’"Isola degli Amanti" per caso quando frequentava il centro di supporto alle famiglie vittime di attentati terroristici. Persone che avevano perso i loro cari o avevano vissuto in prima linea un attentato terroristico si riunivano due volte la settimana. Durante una di queste riunioni uno dei partecipanti iniziò a raccontare di un posto misterioso, dove, per una strana combinazione di elementi che neanche lui sapeva spiegare, non esistevano malattie né sofferenze, ma quello era anche un luogo dal quale non c’è ritorno.
Vivien era pronta, firmò il contratto, scelse una casa vittoriana lontana dal centro, dagli svaghi, dal lusso sfrenato. Desiderava isolarsi, accontentandosi dell’essenziale. «Quando si parte?» S’informò, stringendo la mano dell’avvocato. «Quando l’isola lo deciderà,» la liquidò lui con un filo di voce.
Pochi giorni dopo Vivien ricevette un biglietto sotto la porta del suo appartamento. Si doveva presentare al porto di Le Havre alla mezzanotte e portare con sé il biglietto ricevuto. Una volta imbarcata, avrebbe dovuto assaporare lo champagne offertole e rilassarsi. Trascorsero molte ore prima che Vivien riprendesse i sensi e potesse osservare l’isola da lontano. La sua forma allungata rendeva il clima completamente diverso da un capo all’altro di quel luogo e di conseguenza la vegetazione. Dopo la calorosa accoglienza dei suoi ricchi e curiosi abitanti, Vivien venne accompagnata alla sua casa vittoriana da un prete cattolico che tutti in città chiamavano padre Crowe.
«Cosa sono tutte quelle croci?» Chiese Vivien avvicinandosi alla sua tenuta. «I primi proprietari della tenuta erano originari dell’isola e molto religiosi.» Tagliò corto padre Crowe. «Lì c’era la loro chiesa.» Le comunicò padre Crowe con disappunto. «Ma fu distrutta, decenni fa, prima che l’isola acquistasse la pace e l’armonia di oggi.» Aggiunse. «È un luogo maledetto, madame Dubois.» Sbottò. «Prometta di non andarci.» Vivien incontrò il suo sguardo. «Me lo prometta, madame.» Insistette il prete. «E di non uscire mai dopo la mezzanotte.» Lei sorrise. «Perché? L’isola è infestata dai vampiri?» Scherzò. «Le vede le gabbie laggiù?» Puntò l’indice a ovest, verso i recinti arrugginiti.
Vivien annuì con la testa. Arbusti e piante tropicali si avviluppavano tra i fili di metallo, l’erba alta nascondeva i “banana rats”, dei roditori grandi quanto un gatto, che avevano fatto delle gabbie i loro rifugi. «I vecchi proprietari avevano messo in piedi un vero e proprio zoo.» Spiegò padre Crowe. «Come vede non avevano problemi di soldi. Lui era uno di quei etologi pazzi, patiti per la natura.» Disse in tono critico. «Le gabbie gli servivano solo da dormitorio, per il resto gli animali erano lasciati liberi, specie i cuccioli di pantera.» Sbuffò. «Li lasciavano entrare in casa, trattati come figli, finché…» Fece una breve pausa. «Il corpo della loro unica figlia non fu trovato nella gabbia delle pantere, dilaniato da quelle bestie infernali.» Si fece il segno della croce. «Aveva solo quattro anni.» Confessò, analizzando il portone. «Questi graffi devono risalire a quel periodo.»
Non credergli, sentì Vivien sussurrarle all’orecchio. «Come prego?» Chiese a padre Crowe. Lui scosse la testa, facendole intendere di essere rimasto in silenzio. Vidal era l’unica cameriera della tenuta vittoriana acquistata da Vivien. Una donna creola, seria e diffidente con strane credenze vudù. Le settimane trascorrevano lente alla tenuta, i lavoranti arrivavano di mattina presto e se ne andavano prima del tramonto. Vivien passeggiava in solitudine fino alla scogliera che aveva scoperto essere un posto impervio e, allo stesso tempo, affascinante. Lì aveva conosciuto monsieur Beauclerk, un uomo signorile, che amava viaggiare e le lingue straniere ed era anche il duca St. Albans, ma in città nessuno sembrava conoscerne l’esistenza. Lui le assomigliava, amava vivere lontano dal lusso degli eccentrici miliardari della città, immerso dalle mura della sua grande villa che sorgeva sulle rovine di un’antica fortezza. Essa venne demolita con l’arrivo dei colonizzatori. Le grandi statue che circondavano l’isola furono demolite ed al loro posto si iniziarono a costruire grandi luoghi di culto. La foresta scomparve, lasciando posto ad ampi giardini.
«L’antico rispetto per la natura cessò. I topi iniziarono a proliferare, divorando anche gli ultimi semi di palme rimasti e gli stessi uccelli addetti all’impollinazione. Crostacei, volatili marini, le grandi conchiglie di mare si estinsero. Senza cibo, né attrezzi per pescare o coltivare la terra, gli isolani si ridussero a divorare i loro stessi defunti e la pazzia dilagò. Ci furono molte guerre, la gente cominciò a vivere in caverne per proteggersi dai nemici. C’erano roghi e impiccagioni ovunque finché non arrivò la Riconciliazione,» mormorò Vivien, chiudendo il libro preso dalla biblioteca cittadina. Il duca le aveva accennato qualcosa riguardante questa storia durante le loro passeggiate e la curiosità di Vivien era accresciuta dopo le strane voci che sentiva di tanto in tanto confondersi con il fruscio del vento. Non riusciva ad abituarsi alla nebbia che ogni sera avvolgeva la tenuta; ogni rumore diventava ovattato, quasi un'eco che saliva dal mare. Solo in compagnia di monsieur Beauclerk si sentiva al sicuro. Il suo cuore aveva iniziato a battere dopo il lutto e, per la prima volta, non provava sensi di colpa.
L’isola mi ha guarita? Si domandò prima che la voce di padre Crowe interrompesse il suo flusso di pensieri. «Come mai da queste parti, reverendo?» Gli domandò, agitando il ventaglio davanti al volto. «Per accertarmi se sta bene,» le rispose lui, scendendo dal calesse, «ma la sua espressione mi dice che non sa niente, madame, del contagio che sta colpendo i suoi abitanti in città.» Vivien sgranò gli occhi ascoltando il racconto del prete. Dopo la nascita del piccolo Fred, il patto della Riconciliazione con l’isola era stato violato. I ratti penetravano nei magazzini, nelle case, ovunque e non riusciamo a fermarli. Il cibo iniziava a scarseggiare. Le tubature idriche erano distrutte, lasciando mezza città senza acqua corrente e la nave di rifornimento sarebbe arrivata dopo mesi. Un processo per la coppia accusata del misfatto e l’uccisione del neonato sembravano l’unica soluzione per riportare la situazione alla normalità. Vivien si sentì svenire. Le settimane trascorse in dolce compagnia del duca l’avevano estraniata dagli avvenimenti dell’isola e ora veniva chiamata a fare la sua parte. Parlò con tutti gli abitanti nell’estenuante sforzo di convincere il maggior numero di persone a opporsi al folle giustizialismo dilagante.
«Lo chiamate così il vostro seduttore, John?» Insistette Siebenheim, il governatore dell’isola appena nominato dopo l’epidemia. «Il mio seduttore?» Ripeté Vivien. «Il Diavolo non vi parla forse di notte?» «Il Diavolo monsieur?» Le insinuazioni di quell’idiota la fecero rabbrividire. «Pensavate non lo sapessimo?» Incalzò lui viscido, «Avete complottato e adesso volete aiutare la peccatrice che ha partorito il figlio del Demonio e rotto il patto della Riconciliazione. Confessate, Fräulein Dubois!» Sbottò, irritato dal silenzio di Vivien. «Bruciamola assieme alle altre peccatrici!» urlò agli altri uomini presenti, ignorando le proteste di padre Crowe.
La folla è madre dei tiranni, ricordò di aver letto Vivien in un’opera di Diogene il Cinico. La previsione del filosofo greco si rivelò veritiera. Nessuno si mosse ad aiutarla. Fu rinchiusa in una prigione stretta quanto una gabbia di un uccellino, sospesa tra il cielo e l’abisso. «Madame Dubois.» Udì bisbigliare, mentre una mano si allungava verso le sue gambe nude. «Siete così bella…» Si eccitò Siebenheim, aprendo la gabbia. «La mia prescelta.» Le accarezzò la pelle perfetta. Vivien approfittò dell’occasione per assestargli un calcio al naso. Siebenheim indietreggiò, barcollò, poi si accasciò sul pavimento. Il sangue gli fuoriusciva abbondante dalle narici, mentre il naso aquilino si tramutava in un ammasso di carne gonfia e informe.
Vivien uscì dalla gabbia. I due giorni passati lì dentro le avevano intorpidito i muscoli. Le girava la testa.Avanti Vivien, vieni! Il fruscio di quella voce lontana la costrinse a reagire. Strinse i denti e iniziò a correre. L‘oscurità iniziò a scemare. Il disco di luce davanti a lei le confermò che l’uscita era vicina. L’aria salmastra le scompigliò i capelli. Si guardò intorno e verificò che non ci fosse nessuno.
Segui le mura, Vivien! Lei portò una mano alla fronte per proteggere gli occhi dal riflesso del sole. Alle sue spalle la struttura fortificata, costruita dai coloni per difendere l’isola da possibili attacchi provenienti dal mare. Ricordò di aver letto su di una guida locale che possedeva varie torri, fortini e tunnel, uno dei quali l’aveva appena percorso. Si avviò lungo il fossato secco che circondava la struttura e in pochi minuti raggiunse la spiaggia.
Vivien! Lei sussultò sentendo di nuovo quella voce. Poi un nitrito la forzò a girare la testa verso destra. La paura le penetrò le viscere come una lama ghiacciata. Una carrozza era parcheggiata alla fine del viottolo e sembrava aspettarla. «Monsieur Beauclerk?» Si sorprese lei quando la porta venne aperta. Salì sul veicolo e i due sfrecciarono lontano. «Chi sei tu, duca?» Il suo silenzio prolungato la urtò. «Sei un vampiro che ci hai portato in quest’isola per ucciderci ad uno ad uno?» Provocò. «Perché lo so che sei tu ad essere entrato nella mia mente quel giorno, al mare, e poi ti sei presentato anche quand’ero ancora a Parigi.»
Il duca, dopo una pausa, tirò fuori l’orologio. «Vuoi sapere chi sono?» Disse guardando fuori. «Sì dimmelo, John.» Insistette lei. Lui si voltò a guardarla per un attimo. «Il fondatore di quest’isola diceva che eravamo creature speciali,» rammentò. «Abbiamo accettato i coloni in pace, ma questa è una parola che non concorda con la natura umana. Guerra, desolazione, morte; Mr. Hamilton aveva avvertito gli altri occidentali che l’avevano seguito qui, imponendo loro di rispettarci e, per non ascoltarlo, l’hanno ucciso.» Una lacrima gli scese lungo la guancia. «La sua famiglia fu accusata di stregoneria. La piccola Anne bruciata viva e non sbranata come ti hanno raccontato.» Chiuse gli occhi; quell’orrore era difficile da scacciare. «L’uomo non ha pietà; capisce solo la frusta, la miseria, l’epidemia.»
Vivien sollevò la schiena dallo schienale. «Perché accogliere ancora occidentali sull’isola allora, se sapevi come sarebbe andata a finire?» Obiettò lei. «L’amore fa fare cose stupide, Vivien.» Lei accavallò una gamba sull’altra. «Io non capisco, John. Vuoi fare del bene, aiutando della gente, per giunta ricca, a non soffrire e poi metti una clausola di morte sulla procreazione, perché?» «Ti avevo avvertita a Parigi.» Vivien scosse la testa. «L’uomo nell’ombra, ecco chi sei!» Esclamò. Monsieur Beauclerk la guardò con la coda dell’occhio. «Sei una donna perspicace, Vivien.» Si complimentò. «E non riesci a comprendere il perché di una clausola così semplice.» «No, non ci riesco.»
Lui chiuse gli occhi ancora una volta. «Le urla strazianti della piccola Anne mi tormentano ogni notte.» Tirò fuori un mazzo di foto dalla tasca della giacca. «Il patto serve a evitare questo.» Gliele passò e attese che lei le osservasse. Ognuna di loro mostrava un peccato che macchiava il mondo, dalla strage degli innocenti ai tempi di Erode fino alle guerre odierne. «Gli uomini non possono evitare di uccidersi a vicenda, ma io non voglio più sentire i lamenti della piccola Anne.»
Vivien ricordò un dipinto che aveva trovato in una vecchia scrivania della serra, era rovinato e non gli aveva dato molto peso all’inizio, però adesso tutto le sembrava chiaro. «Mr. Hamilton sei tu? I nativi ti hanno fatto rinascere dopo lo sterminio della tua famiglia, ti hanno tramutato in un wendigo.» Lui rise. «Tu credi che io sia la creatura leggendaria e demoniaca che appartiene alla mitologia dei Nativi Americani Algonchini, stanziati lungo la costa orientale?» Imitò quell’essere spaventoso. «Un mostro che può assumere caratteristiche umane e che va praticato il cannibalismo? Avanti Vivien, ti credevo più realista!» Gli occhi di lei lo puntarono senza vacillare. «Io ti ho già visto.» «Certo a Parigi,» replicò lui. Vivien scosse la testa. «Prima di Parigi, quand’ero una bambina e mi persi nel bosco, ricordo una creatura che mi salvò quando caddi nel lago…» «Ma la bambina non aveva paura e incontrava il mostro nel bosco ogni volta che poteva,» sospirò lui. «Per un’intera estate,» ricordò Vivien, «e mi hai attesa tutto questo tempo?»
«Quando il primo wendigo arrivò su quest’isola, essa non aveva nome; era abitata solo da una famiglia di pescatori, gente semplice che viveva a fatica dei pochi frutti che la natura gli dava. E così un mostro, come lo chiamereste voi umani,» puntualizzò lui sarcastico, «decise di aiutarli. Nascosto nella nebbia dell’imbrunire li osservava, capiva le loro esigenze e le esaudiva il giorno seguente. Nessuno poteva vederlo, tranne la piccola Lucy che un giorno, passeggiando nella boscaglia, lo sorprese alle spalle. Il cuore della creatura batteva all’impazzata, le gambe gli vennero meno e cadde a terra, ma la piccola Lucy non provò alcun orrore verso di lui e divennero amici. Lei cresceva bella e colta poiché il wendigo divenne il suo insegnante, amico e confidente.»
«Un po’ come il genio di Aladino.» Ironizzò Vivien. «Beh, direi più un Frankenstein alla Mary Shelley» sorrise il duca. «Ad ogni modo più lui conosceva quella brava gente e più li amava. Nessun forestiero veniva mai scacciato dalla loro casa quando, giungendo al porto, chiedeva riparo e un po’ di cibo. Gli anni passarono, Lucy cresceva come la fama dell’isola. Si diceva che queste acque fossero magiche e la gente arrivò a ondate sempre più numerosa. C’erano molte ragazze sull’isola, ma Lucy aveva gli occhi di miele e le labbra di rugiada. Era bella e colta tanto che gli uomini avevano paura di amarla, perché c’era qualcosa nella sua intelligenza che suggeriva sempre un disprezzo per il sesso opposto e le sue debolezze. Il wendigo decise di presentare una richiesta di matrimonio alla sua famiglia senza sapere che il padre l’aveva già promessa, quand’era ancora piccola, ad un riccone oltreoceano, in cambio di una grossa somma di denaro.»
«Così il mostro fu respinto.» Azzardò Vivien. Il duca scosse la testa. «No, per niente» le assicurò. «Gli abitanti che avevano iniziato a popolare l’isola convinsero il padre di Lucy a non rispettare l’accordo, fecero una colletta affinché il padre potesse ritornare il denaro già speso al commerciante e accolsero il ‘mostro’ come una divinità, ma il ricco uomo d’affari, divorato dalla rabbia rivendicò Lucy come sua moglie e organizzò una flotta per riprendersela e lei morì, purtroppo, in uno di quegli attacchi, scatenando l’ira del wendigo per il suo cuore spezzato.»
«E io cosa c’entro?» Gli domandò Vivien. «Non credi nella reincarnazione? Dentro di me sento quel vecchio wendigo che ti ama profondamente, e se tu provi lo stesso, amore mio, permettimi di unirmi a te come tuo marito,» lui si inginocchiò ai suoi piedi offrendole un anello di steli intrecciati. Il cuore di Vivien si aprì all’Amore, come fecero anche i pochi abitanti rimasti che sancirono una nuova unione con la natura. Un patto senza vincoli venne stipulato in nome di un amore che prometteva di illuminare anche la notte più buia. L’epidemia cessò, coronando l’unione di Vivien e monsieur Beauclerk con un anello di luce che sigillò la loro promessa. La loro intensa passione attraeva ogni elemento in una volontà incontrastabile di aggregazione, rispetto e armonia universale, fondendo il caos in un ordine superiore. Nulla poteva scalfire il loro amore e l’isola ne era la prova evidente: bella, rigogliosa, prolifera, ma, soprattutto, rispettata.

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