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SENTIMENTALE
02 Aprile 2026 - 06:00
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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A volte è ben strana la vita, si disse guardando distrattamente il tablet e pensando all’invito di Andrea.
Era stata quasi tentata di rifiutare, ma poi si era detta che, dopo una settimana di cene formali, una serata con un vecchio amico ci stava. Solamente l’idea di non sapere cosa dire dopo tanto tempo le procurava un po’ d’ansia. «Parleremo di lavoro, ovvio», si rassicurò mentre entrava in doccia. Erano passati solo venti minuti, quando vide una macchina entrare nel giardino dell’albergo.
Allora aveva trovato la strada! Sorrise ricordando che non si era mai fidata del suo senso dell’orientamento. Monaco era una grande città, ma lui l’aveva rassicurata: «Sai che hanno inventato degli strani apparecchi chiamati GPS, vero? Non si potrebbe perdere nemmeno un bambino».
Un bambino… non lo chiamava baby una volta, una vita fa? L’aveva trovata, non aveva cambiato idea, non si era dimenticato come altre volte in cui non aveva potuto avvisarla, e all’ultimo momento non era arrivato. E lei lì, ad aspettarlo in macchina come una stupida, con l’imbarazzante sensazione che chiunque la vedesse si chiedesse cosa ci facesse tutta sola in un parcheggio deserto a quell’ora tarda.
Si sorprese un po’ nel ricordare d’un tratto quei particolari sbiaditi dal tempo. La premessa della serata, però, era stata carina: lui le si era avvicinato alla fine del convegno, le aveva chiesto come stava, come se si fossero visti il giorno prima, e poi, senza attendere risposta, l’aveva invitata a cena.
Era stanca, ma aveva accettato. Troppo tempo era passato per covare ancora rancori o risentimenti. Lei però l’aveva già intravisto la mattina, ma lui non l’aveva notata, o aveva fatto finta di nulla. Già, lei passava spesso inosservata: sobria, sbrigativa, distante. Una che pareva anche tirarsela un po’. Eppure non era male: biondina, occhi grigi, occhialetti ovali da intellettuale, ma senza la scintilla che colpisce.
«Tutta da rifare», pensò vestendosi. Jeans e camicia, niente vamp quella sera. Non con Andrea. Ma forse lui l’aveva vista davvero solo quel pomeriggio. E basta paranoie cosmiche: era lì. Aprì la porta per uscire e se lo trovò di fronte. Provocazione e sorpresa nel suo sguardo scanzonato, come se non avesse chiesto informazioni alla reception, ma fosse semplicemente sgattaiolato nel corridoio con la sua solita aria noncurante, con il diritto di poterlo fare.
E lei, con la borsa in mano e l’impermeabile sul braccio, sentì una fitta allo stomaco, che voleva forse dirle che i fantasmi del passato non erano scomparsi, ma erano stati solo dissolti temporaneamente per tutto il tempo in cui erano stati lontani. Cioè fino a quel momento. Pensò a una scusa assurda per non andare, ma lui era già entrato e si guardava intorno incuriosito, accendendosi una sigaretta.
Le chiese solo: «E allora?» E allora cosa? Ero morta, rispose lei, ma non lo disse ad alta voce.
Scomparsa dalla sua vita, in silenzio, un mese dopo quella sera in cui lui, con una calma disarmante, le aveva detto che non era più in pace con la sua coscienza e che non potevano più vedersi perché doveva fare una scelta. Quella scelta. Lei lo sapeva, e ora il momento era arrivato.
Già, perché Andrea era impegnatissimo – ma proprio “issimo” – e da sempre. Immagini di un’altra vita presero forma dalle nuvole di fumo, facendo riaffiorare ricordi ed episodi che credeva esorcizzati dalla lontananza e dal tempo. Rivisse la cena etnica in cui si erano conosciuti, l’attrazione reciproca trasformatasi subito in pericolosa alchimia, i sotterfugi per vedersi, le ore rubate, il calarsi in un microcosmo esclusivo in cui non c’era posto per niente e per nessun altro, ma che, comunque, non avrebbe mai garantito loro un futuro.
Rivide la casa di montagna, ricordò una settimana bianca e svariati weekend “di lavoro” insieme, le corse trafelate per rientrare a casa a un’ora decente senza dare troppo nell’occhio, i sospetti del padre di lui, e poi la certezza, quando, sotto Natale, li aveva sorpresi insieme abbracciati all’uscita di un locale. Quante bugie e quanto negare.
«Sei una sentimentalona», l’aveva rimproverata Alessandra, pragmatica consolatrice di cuori infranti che, quando abitava in America, si era abituata a cambiare casa e marito ogni sei mesi. Poi però, da vera amica, per aiutarla a rimettersi in sesto, le aveva offerto un impiego di interprete nell’azienda di famiglia, convincendola che per guarire doveva dare un calcio al passato – anche al suo lavoro attuale, che pure amava.
Servisse tutto il tempo del mondo, era l’unica soluzione. Era stato davvero un toccasana: in un ambiente nuovo e diverso aveva ricomposto il puzzle della sua vita, le ferite si erano lentamente rimarginate, lasciando spazio a una riconciliazione con il passato. Il campanellino che per un sacco di tempo aveva continuato a suonarle dentro, quando ripensava ad Andrea, si era spento.
Non lo aveva più visto, e più il tempo passava, più le sembrava che tutto fosse accaduto a un’altra persona e non a lei: il dolore e il risentimento trasformati in una sorta di benevola comprensione, come se quel capitolo chiuso forzatamente l’avesse fatta crescere. E il giorno in cui, ripensandoci, tutto le era apparso come un flashback annebbiato e lontano, aveva capito che la sua catarsi era completata, e che Andrea apparteneva finalmente a un altro mondo. Solo che adesso era a un passo da lei, che la fissava – le pareva da un’eternità – e invece erano passati sì e no due minuti.
Era il momento di uscire. Un po’ d’aria fresca, e poi avrebbe parlato. Mentre apriva la porta, si sentì afferrare per un braccio. Fu solo per un secondo, ma le venne da ridere. Andrea poteva esistere ancora in qualche suo sogno, ma non più nella vita reale. Eppure c’era, eccome, e confusamente le stava dicendo che si sentiva in colpa, che aveva capito, che si era infine arreso e aveva smesso di cercarla, ma che la “ragion di Stato” non era stata sufficiente a far funzionare la sua unione, ed era di nuovo da lei, se lo voleva ancora.
In un attimo, tutto il passato riemerse come una corrente potente che non poteva fermarsi. Le immagini diventarono sempre più sfocate, ma allo stesso tempo più vivide. Si sentì come sdoppiata: una parte di sé osservava l’altra, che ormai non opponeva più resistenza. Tutto di nuovo scomparve e niente ebbe più un senso. Come una volta, esisteva lui e soltanto lui, sempre bello, con quel suo sguardo disarmante che le faceva crollare le ultime deboli difese.
E mentre continuava a tenerla stretta e lei diceva no, no, no, di nuovo sentì una fitta fortissima allo stomaco, il campanellino, e le ombre del passato ricominciarono ad avvolgerla. Capì allora che non ci si può liberare dei ricordi, e scoppiò finalmente in un pianto liberatorio. Erano di nuovo insieme, e tutto il resto non contava più.
Aprì gli occhi, slacciò la cintura. Una sensazione di ebbrezza la pervase. Dal finestrino vide le Alpi e le luci del futuro. «A casa», pensò, «liberi, pronti finalmente ad amarci, questa volta per sempre, baby».

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