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ROMANCE

Il primo bacio

di Luca Tagliaferri

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Il primo bacio

di Luca Tagliaferri

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Il 28 maggio 1975 avrei compiuto i miei primi, attesissimi diciott’anni.
Mi sembrava di toccare la libertà: la patente, il lavoro, l’indipendenza dai genitori.
Nei primi mesi di quell’anno tutto cambiò. A gennaio ottenni il brevetto da bagnino, il primo passo verso la vita adulta; a giugno avrei concluso il quarto anno al liceo scientifico di Borgo San Lorenzo. Ma il vero cambiamento arrivò in marzo, quando conobbi M., una ragazza del mio stesso istituto, un anno più giovane di me.
Ci innamorammo come solo a quell’età è possibile: completamente, senza difese.
Tutto il resto scomparve – scuola, amici, sport. Ogni mattina la cercavo nei corridoi, durante l’intervallo, e nel pomeriggio la raggiungevo in bicicletta a Borgo San Lorenzo.
Ci sedevamo sulla stessa panchina, ai giardini di Piazza Dante, e restavamo lì per ore, stretti, silenziosi.
Io non avevo ancora il coraggio di baciarla. Lei sorrideva, bellissima: i capelli biondi ricci sulle spalle, un profumo che non ho più dimenticato.
Un sabato sera decidemmo di andare al cinema insieme. Mio padre mi accompagnò, lei arrivò da sola, con una camicetta fiorita e dei jeans che la disegnavano perfettamente. Comprammo i biglietti e ci sedemmo in ultima fila, lontani da tutti.
Il film era L’inferno di cristallo, ma per noi non esisteva schermo.
Mano nella mano, ci scoprimmo senza parole. Le carezze divennero più lente, poi arrivò il primo bacio: timido, profondo, interminabile.
Tutti i sensi si confusero – il profumo della pelle, il buio della sala, il suono ovattato del film. Quel bacio fu un amplesso dell’anima, la mia vera iniziazione alla vita.
Da quel giorno ci vedemmo ogni mattina a scuola e ogni pomeriggio in paese.
L’amore cresceva in silenzio, fatto di sorrisi, abbracci, sguardi. Io trattenevo ogni impulso per rispetto, o forse per timidezza.
A maggio, quando arrivarono i miei diciott’anni, la nostra storia era il centro del mio mondo.
Ricordo il giorno della “Cento chilometri del Passatore”. Era sabato 28 maggio, caldo e sereno.
Andammo insieme in campagna, a Collina, per vedere passare i corridori. Distesi sul prato, avvinghiati, ci baciavamo con un ardore puro, quasi primordiale, ma pieno di rispetto.
Quel giorno mi parve che il tempo si fosse fermato.
A giugno iniziai a lavorare come bagnino nella piscina comunale di San Piero a Sieve: il mio primo impiego, la mia prima paga, la mia prima vera estate da adulto.
Ma all’improvviso, a luglio, M. sparì.
Niente più incontri, nessuna telefonata, nessuna spiegazione.
Come inghiottita dal nulla.
All’inizio fu una ferita insopportabile.
Non dormivo, non mangiavo, passavo le serate a fissare il vuoto. I miei genitori non capivano, gli amici cercavano di distrarmi. Il lavoro mi salvò: l’acqua, il sole, il movimento continuo mi tenevano a galla, mentre dentro affondavo.
Con il tempo ripresi fiato. Nel ’75 vinsi un concorso pubblico e, l’anno dopo, fui assunto stabilmente come bagnino. Attorno a me tornò la vita: ragazze, amici, nuove esperienze.
Ma nulla era come prima.
Il pensiero di M. restava lì, fermo, come una fotografia che non si può strappare.
Negli anni conobbi altre donne. Una di loro, nell’estate del ’76, divenne la mia compagna. Con lei scoprii il sesso, la convivenza, la fatica quotidiana dell’amore.
Nacquero anche le figlie, che furono la mia salvezza e il mio centro.
Ma non fu mai un rapporto felice: troppi silenzi, troppi nodi non sciolti.
Ogni tanto, quando resto solo, mi torna in mente quel cinema.
Il buio, la sua camicetta chiara, la mia mano che cercava la sua.
Il primo bacio che mi ha insegnato tutto e che, in un certo senso, mi ha tolto l’illusione dell’amore eterno.
Ho capito solo più tardi che l’amore, quando diventa abitudine, rischia di trasformarsi in un sarcofago prezioso e vuoto.
Anni dopo ho saputo che M. si era sposata, infelicemente, e che si era poi separata.
L’ho rivista per caso: ancora bella, elegante, con lo stesso profumo che mi aveva stregato. Mi ha salutato da lontano, con un sorriso gentile ma distante.
Non le ho chiesto spiegazioni, e forse ho fatto bene.
Mi è rimasto solo quel ricordo, luminoso e atroce.
Quel bacio – primo e irripetibile – che ha cambiato la mia vita e che ancora oggi, a distanza di cinquant’anni, continua a bruciare come fosse ieri.

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