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Vola con me

di Alessia D'Antonio

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Vola con me

di Alessia D'Antonio

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Conoscevo un tempo un uomo: lo chiamavano “Cioccolatino” per la sua pelle calda, che ricordava la cioccolata fondente sciolta al sole. E questa è la sua infelice storia.
Qualche anno fa facevo la volontaria in un centro assistenza immigrazione in Puglia, ma spesso venivo trasferita a Lampedusa per i nuovi sbarchi. Non avevo mai visto personalmente quei gommoni colmi di speranze, paure e tristezza arrivare sul suolo siciliano: di solito ero all’interno degli uffici a registrare documenti su documenti. Ma quella mattina del 12 giugno una volontaria era assente e fui obbligata a sostituirla proprio lì, in prima fila, ad aiutare quelle povere persone.
Donne, bambini, uomini, ragazzi – malnutriti, spaesati, affamati, assetati – sul loro volto si percepiva il terrore, ma anche tanta fiducia e desiderio di rinascita. Assegnai a ognuno di loro un numero: erano solo numeri per gli altri, ma per me no, e mi era alquanto fastidioso e ingiusto esaminarli attribuendo loro un’etichetta – “numero 13”, “numero 9”, “numero 5”...
Ricordo ancora una bellissima bambina, all’incirca di due anni, color ebano, occhi profondi ed esausti. Mi sorrise subito, mi diede la piccola manina; la presi tra le mie braccia, era debole. Le feci bere e cercai la madre che, purtroppo, si era addormentata tra le braccia di quell’oceano vasto e freddo...
Io e i miei colleghi mettemmo in fila tutte quelle persone. Notai la freddezza degli altri volontari e l’indifferenza dei miei supervisori. Sembravano abituati: era “normale” tutto questo, normale essere imperterriti davanti a tanta sofferenza. Notavo come noi bianchi trattavamo quelle persone come bestie al macello, eppure, ripetevo in mente mia: siamo tutti esseri umani, figli di madre terra; il sangue è sempre rosso – perché tanta discriminazione?
Ad ognuno di loro assegnammo una città italiana, con un volontario annesso che aveva il compito di accompagnarli. Io ne ebbi affidati tre: Kasin, Jade e Abul – il nostro protagonista. Tre giovani sui vent’anni, muscolosi, alti, che non capivano l’italiano né l’inglese, parlavano poco francese. Kasin era del Ghana, Jade della Guinea e Abul del Mali.
Li portai a Roma, nel mio centro immigrazione. Erano completamente spaesati in un mondo che non sembrava appartenere loro. Mi sorprese il fatto che non si lamentassero mai: osservavano in silenzio, discretamente, tutto ciò che per loro era nuovo. Non pretesero vestiti o scarpe, ma cibo. E proprio per questo venivano denigrati continuamente anche dai volontari: “Cibi troppo speziati, troppo piccanti, troppa cipolla, troppo peperoncino... devono abituarsi al cibo italiano, qui comandano gli italiani.”
Ma come si può chiedere a una persona di un’etnia diversa, dopo aver attraversato l’inferno, di rinunciare anche ai propri sapori?
In un momento di riflessione assoluta decisi, stanca di assistere a tanta indifferenza, di imparare a cucinare personalmente le loro pietanze – come il famoso fufu – e di mangiarlo con loro. Almeno avrei dato il buon esempio e fatto capire che non tutti gli italiani erano così.
Mentre mangiavamo insieme il fufu, tra l’altro delizioso, Abul si presentò pronunciando un timido “grazie” in francese. Capii subito che aveva colto il mio gesto cortese, e notai fin da subito la sua grande intelligenza.
Nei giorni seguenti accompagnai i ragazzi alla scuola d’italiano, dove mio marito insegnava loro la nostra lingua. Il mio consorte era paziente e dolce e amava dare loro una mano, cercando di farli sentire a casa.
Tra i tre ragazzi, Jade e Kasin erano i più attenti e studiosi; trovarono presto dei lavoretti pomeridiani – uno come tagliaerba, l’altro come aiutante muratore. Erano volenterosi, e ciò mi riempiva d’orgoglio.
Abul, invece, era un ragazzo con la testa un po’ tra le nuvole, ma molto intelligente: apprese l’italiano senza frequentare le lezioni di mio marito – non ho mai capito come, ma, a detta sua, “parlando con gli italiani”! Lo vedevo spesso triste, malinconico, solitario: non parlava molto, non si fidava di nessuno. Cercai di trattarlo come un fratello: lo invitavo spesso a pranzo la domenica, e vederlo giocare con i miei nipotini di tre anni mi riempiva il cuore di gioia. Era davvero di un animo sensibile, e non mi sbagliavo.
Un giorno, all’inizio della primavera, venne da me e mi comunicò che per tutta l’estate avrebbe lavorato come raccoglitore di pomodori nei campi vicino a Latina. Ne fui orgogliosa, ingenuamente, senza avere la minima idea di ciò che lo aspettava.
Più l’estate avanzava, più Abul era esausto, cupo, muto, nervoso, con mani e gambe piene di lividi. Cercavo di farlo parlare, ma si chiudeva in sé stesso. Pensai che il lavoro fosse duro per un ragazzo di soli venticinque anni, sotto il sole torrido, ma dentro di me qualcosa non quadrava.
Ne parlai con mio marito, che mi intimò di lasciarlo stare: “Sta guadagnando qualcosa per sé, si è anche comprato un cellulare nuovo e un paio di jeans... è normale che sia stanco.” Ma le mie paure non si placarono.
Un pomeriggio di fine settembre, recandomi al centro per portare un po’ di spesa nei dormitori, Abul mi venne incontro, fiero, e mi mostrò un paio di nuove scarpe da calciatore, con i tacchetti bassi, color arancione e verde. La mia espressione non fu molto lieta, e lui mi domandò: «Perché quella faccia? Non sei felice per me?» Risposi: «Certo che lo sono, Abul, ma ti servono cose più importanti che scarpe per giocare a calcio. Potevi risparmiare!»
Il mio tono dev’essere stato freddo, perché il suo viso si fece cupo: «Non sai cosa è importante per me. Perché giudicarmi sempre?» Rimise le scarpe nella scatola e andò in camera sua, senza lasciarmi possibilità di replicare.
Non lo stavo giudicando, né volevo rimproverarlo come un bambino. Volevo solo che facesse le cose giuste. Ma forse ciò che era giusto per me non lo era per lui.
Quella notte non dormii, pensavo a un modo per far pace con lui. L’indomani, di buon’ora, andai a trovarlo. Gli portai un panino con uova e maionese per la colazione (amava le uova) e lo pregai di passeggiare con me. Accettò.
Gli chiesi scusa: non avrei mai voluto ferirlo. Lui mi guardò intensamente, come se mi scavasse nell’anima, e mi sorrise – un sorriso smagliante, denti bianchissimi, e tanta speranza nel cuore.
«Raccontami la tua storia, sono pronta ad ascoltarti» gli dissi dolcemente. «Ma prima dimmi perché, da quando lavori nei campi, sei sempre schivo, triste, arrabbiato!»
Abul si incupì e, a voce bassa, iniziò a raccontare: «Nei campi di pomodori c’erano dieci ragazzi africani, di tutte le età; il più anziano aveva quarantotto anni. Lavoravamo dodici ore al giorno sotto il sole cocente, con una sola bottiglia d’acqua ciascuno, che spesso diventava calda. Mezz’ora di pausa per mangiare un panino veloce. Se non raccoglievamo abbastanza pomodori, il capo ci picchiava sulle mani. E la cosa peggiore era che venivamo pagati tre euro l’ora.»
«Ma è terribile, devo denunciare subito!» dissi col cuore che si fermava. «No,» rispose, «di terribile c’è molto peggio. Questo è niente in confronto a ciò che ho subito.»
Mi sentii confusa, terrorizzata. «Abul, ti prego, dimmi tutto!»
E lui iniziò la sua storia: «Sono figlio di undici fratelli, con due madri e un padre – nella nostra cultura è normale. Da bambino venivo picchiato da mio padre: non avevamo un buon rapporto. Dovevo lavorare fin da piccolo. Vivevamo in un villaggio del Mali, in una casa di paglia, tutti insieme. I più grandi provvedevano ai più piccoli. Avevamo capre e mucche, e di notte facevamo la guardia con i fucili, anche noi bambini. Io avevo solo dieci anni. Una volta vidi un leone, e imparai che per farlo scappare devi salire più in alto di lui, così non ti attacca. Mia madre preparava medicine in casa, con erbe e aromi, e funzionavano tutte: la cipolla o l’aglio facevano bene al cuore e alle ossa se mangiati crudi, e la corteccia di un albero, se masticata, purificava lo stomaco.»
Tutto ciò era davvero affascinante: un ragazzo così giovane, con tanta esperienza e sofferenza!
Abul continuò: «Non ho studiato, non potevo permettermelo, ma il mio grande sogno era fare il calciatore. Giocavo di nascosto da mio padre, di notte, con gli amici. Ero il più forte: attaccante. Un mister mi notò e mi propose di trasferirmi nella capitale per inseguire il mio sogno. Ma servivano soldi che non avevo. A diciotto anni trovai il coraggio di parlarne a mio padre che, invece di incoraggiarmi, mi riempì di insulti, minacce e schiaffi. Mi tagliò le scarpe – già vecchie – che avevo comprato barattando il latte della nostra mucca.»
«Poi, costretto dalla fame, vendette due mucche e decise di mandare me e quattro fratelli via, all’estero, per un futuro migliore, anche a rischio della vita. Una delle mie madri, la più anziana, piangeva giorno e notte sapendo che saremmo partiti senza documenti, senza soldi, ma pieni di speranza. Immaginavo l’Europa come una miniera d’oro: tutto bellissimo, tanto amore, tanti soldi, tanta felicità. Non immaginavo il razzismo, l’indifferenza. Nel mio vocabolario quella parola non esisteva. Siamo tutti uguali, che differenza c’è?»
Poi mi raccontò del viaggio: «Salimmo in trenta su un gommone. Il comandante provò più volte il motore la sera prima. Non potevamo portare nulla, dovevamo essere leggeri. Viaggiammo tutta la notte, arrivando in Libia. Lì conobbi la cattiveria umana: ci spogliarono, ci picchiarono e ci ridicolizzarono. Non potevamo ribellarci. Poi ci diedero vestiti puliti e un po’ di cibo – troppo poco per due giorni di navigazione sotto il sole. Le donne e gli uomini si facevano la pipì addosso, ma a nessuno importava: l’obiettivo era arrivare vivi. Partirono tre gommoni. Ne arrivò solo uno a Lampedusa: uno si spense in mare, l’altro si capovolse. Io mi ritengo fortunato: un dono di Dio poterlo raccontare.»
I miei occhi si inumidirono. Gli presi le mani tra le mie: «Ti chiedo perdono per tutta la cattiveria che hai dovuto subire da parte nostra. Perché non continui a giocare? Puoi farlo!» «Grazie,» rispose, «ormai sono grande per il mio sogno. Mi piace giocare così, tra amici.»
Mi alzai, lui fece lo stesso: «Abul, non si è mai troppo grandi per sognare. Chi smette di farlo è già morto da un pezzo!» Mi sorrise, quasi approvando.
«Vieni con me: ti faccio conoscere il mister del Lazio, gioca in Serie C. Fai un provino, solo uno. Sei bravissimo: provaci, non perdi nulla!»
Abul si illuminò, mi abbracciò e, con le lacrime agli occhi, disse: «Grazie!»
«Non devi ringraziarmi, Abul. Tutti meritiamo un’opportunità, e la vita ti ripagherà.»

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