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ROMANCE
16 Marzo 2026 - 06:01
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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L’amore, il più dolce veleno, il più caldo dei brividi.
La violenza, l’ombra oscura di ogni passione spezzata, che striscia lenta e furtiva sotto la pelle.
Cosa rimane quando il fuoco divampa? Qual è il colore di un cuore che brucia, lacerato dalla crudeltà che indossa una maschera d’amore?
Corre come una scarica elettrica attraversando il corpo, accendendo i sensi, infiammando ogni fibra dell’essere.
Si presenta con la delicatezza di un sussurro, con il calore di un abbraccio, promettendo eternità.
Ma ogni fiamma, per quanto luminosa, consuma il nutrimento, e l’amore non fa eccezione.
Quando la passione divampa oltre il controllo, si trasforma in una tempesta che tutto travolge, lasciando cenere dove prima ardeva il desiderio.
E mentre le cicatrici si calcificano, l’amore, quel dolce veleno, continua a fluire, lento, impercettibile, in cerca di una nuova preda da consumare.
Marta camminava a passo lento lungo il viale alberato. Il vento settembrino le sfiorava appena le guance.
Era una giornata perfetta: il cielo di un azzurro tenue, interrotto solo da qualche nuvola bianca, sembrava pennellato con cura.
Eppure, in quel pomeriggio quieto, nel cuore di Marta ardeva un tumulto di emozioni.
Ogni respiro era intriso di pensieri inquieti, ogni suono della natura amplificava il tumulto del suo cuore.
Era come se quel paesaggio sereno fosse in netto contrasto con la tempesta che portava dentro di sé.
La sua vita era stata come un delicato bocciolo di rosa.
Cresciuta in una famiglia dove l’amore veniva espresso con carezze e sguardi, aveva sempre creduto che l’amore fosse quel profumo che riempiva l’aria senza soffocarla.
Fino a quando non aveva incontrato Matteo.
Ben presto scoprì che l’amore poteva essere dolce e travolgente come un temporale estivo.
Con lui non era più solo un profumo sottile, ma una forza capace di scuotere le sue certezze.
Matteo le aveva insegnato che l’amore vero non si limitava a sfiorare, ma a sconvolgere, a far crescere.
Con lui, l’amore era diventato qualcosa di vivo, pulsante, pieno di passione e profondità.
Non era più un bocciolo delicato, ma una rosa sbocciata, con spine e fragranza insieme.
Matteo aveva gli occhi neri come la notte e un sorriso capace di sciogliere le più dure difese, anche se intorno a sé portava un’aria di mistero, come se nascondesse segreti che nessuno avrebbe mai scoperto.
I suoi capelli, scuri e leggermente arruffati, incorniciavano un volto segnato da esperienze che non amava raccontare.
Camminava con passo sicuro, ma nei suoi occhi si celava una tristezza che solo chi lo conosceva bene poteva intravedere.
La sua voce, profonda e calma, aveva il potere di rassicurare e, anche nei momenti difficili, sapeva essere dolce.
Ma era proprio così?
Le loro prime settimane insieme erano state un vortice di emozioni, una danza incantevole dove il passo dell’uno seguiva perfettamente quello dell’altro.
Marta si sentiva inebriata, come se avesse scoperto una parte di sé che non conosceva, una profondità nascosta della sua anima che Matteo sembrava conoscere fin troppo bene.
Ma poi, lentamente, l’idillio cominciò a incrinarsi.
La passione di Matteo si fece ossessiva.
L’amore si trasformò in gelosia, e la gelosia in controllo.
Gli sguardi adoranti si fecero penetranti, inquisitori.
La passione divenne un fuoco insaziabile, bruciando con un’intensità che non lasciava spazio a nulla di sano.
Ogni gesto di Marta, ogni sorriso, ogni parola sembravano alimentare un desiderio di possesso.
I suoi abbracci, un tempo dolci e protettivi, divennero soffocanti, come se volesse imprigionare l’essenza stessa di lei.
Ogni pensiero di Marta era invaso dall’ossessione di non deludere, trasformando l’amore in una gabbia invisibile.
Da bocciolo iniziò a sentirsi un fiore chiuso in una campana di vetro.
La prima volta che lui la prese per il braccio con troppa forza fu quasi impercettibile.
Un semplice gesto, sembrava.
Ma quella stretta la fece sobbalzare.
Poi vennero i commenti taglienti, come lame affilate:
«Non ti rendi conto di quanto io faccia per te?» le diceva Matteo.
«Sono l’unico che può proteggerti. Fuori c’è un mondo pieno di pericoli, e tu non sei forte abbastanza per affrontarlo».
Marta si ritirò a vivere in quella gabbia di paure che Matteo aveva costruito intorno a lei.
E ogni volta che cercava di allontanarsi da quelle sbarre invisibili, lui la riportava indietro con un gesto, con una parola, con un bacio che era un misto di passione e veleno.
L’ultimo inverno era stato il più freddo che Marta avesse mai vissuto, non per le temperature esterne, ma per la sensazione gelida che si era insinuata nella sua anima.
Ogni parola non detta, ogni gesto mancato di Matteo, le faceva percepire una distanza insormontabile.
L’indifferenza era come una tormenta che scavava l’anima, lasciandola esposta e vulnerabile.
Il silenzio divenne il suo compagno di vita.
La certezza che qualcosa si fosse spezzato tra loro le pesava addosso come un inverno destinato a non finire mai.
Ogni giorno trascorso con Matteo era una lenta discesa nell’abisso.
Non c’era più luce nei suoi occhi, solo ombre lunghe che danzavano come spettri nei momenti di quiete.
Il colore del loro amore, un tempo rosso vibrante di passione, ora si era tinto di un cupo scarlatto.
Quel rosso acceso si era spento, lasciando spazio a una tonalità opprimente e carica di rancore.
Ogni carezza le ricordava parole taglienti, ogni bacio portava con sé l’amarezza del controllo che soffocava ogni respiro.
Ogni tocco sembrava impregnato di rimpianti, come se le mani di Matteo portassero il peso di ferite non rimarginate.
L’amore, una volta fiamma, ardeva ora di un fuoco che consumava lentamente entrambi, senza calore.
Marta sentiva la sua identità scivolare via, goccia dopo goccia, in un mare sempre più cupo.
Le sue emozioni, un tempo vivide e vibranti, erano ora sbiadite, annebbiate da una costante sensazione di vuoto.
Si sentiva spegnersi lentamente, come una candela consumata, incapace di riconoscere sé stessa nel riflesso di quel dolore.
Una sera, seduta al tavolo della cucina, fissava la luce fioca della lampada sopra di lei.
Matteo era fuori, come spesso accadeva ormai.
Le sue assenze erano diventate più frequenti, ma non per questo meno opprimenti.
Anche quando non c’era, la sua presenza aleggiava in ogni angolo della casa, come un’ombra che non poteva essere cacciata via.
Quella sera, però, qualcosa cambiò.
Marta prese una decisione, piccola ma potente.
Alzò lo sguardo verso lo specchio in fondo alla stanza.
Il riflesso che vide non era quello di una donna spezzata, ma di qualcuno che stava lottando per ricordarsi chi fosse.
Il suo volto era pallido, i capelli sciolti e disordinati, ma nei suoi occhi c’era una scintilla nuova: la volontà di cambiare.
Quella scintilla era il segnale di una riscoperta, l’inizio di un profondo cambiamento, un richiamo a ricordare il proprio valore.
Non era il mondo esterno a cambiarla, ma la sua decisione di guardarsi con occhi nuovi.
In quel momento, la volontà di riprendere in mano la sua vita era l’atto più rivoluzionario.
La mattina seguente, Marta si svegliò con un pensiero chiaro: doveva andarsene.
Doveva liberarsi da quella prigione invisibile che Matteo aveva costruito intorno a lei.
Non sarebbe stato facile, lo sapeva.
Si trovava in un conflitto interiore profondo: da un lato sentiva l’urgenza di fuggire, dall’altro temeva le conseguenze di un cambiamento così radicale.
La paura era costante, ma la scintilla nei suoi occhi la spinse ad agire.
Iniziò a pianificare con attenzione.
Non disse nulla a Matteo.
Continuava a sorridere, a comportarsi come sempre, mentre dentro di sé coltivava un piccolo germe di ribellione.
Ogni giorno aggiungeva un tassello alla sua fuga: un po’ di denaro nascosto, un contatto segreto con un’amica fidata, la preparazione mentale per affrontare l’ignoto.
Il giorno in cui decise di andarsene, il cielo era coperto da un fitto strato di nuvole, come se il mondo trattenesse il fiato.
Marta, con il cuore che batteva forte nel petto, si infilò il cappotto e prese la borsa che aveva preparato in segreto.
Quando Matteo tornò a casa, il silenzio lo colpì come uno schiaffo.
Si accorse immediatamente che qualcosa non andava.
Chiamò il nome di Marta, ma non ci fu risposta.
Il suo respiro si fece irregolare, il volto si contrasse in una maschera di rabbia.
Marta lo stava osservando dall’ombra della porta, il respiro trattenuto.
Poi, mentre lui si avvicinava al salotto, fece il primo passo verso la libertà.
Le mani le tremavano mentre girava la maniglia, ma non si fermò.
Non poteva fermarsi.
Camminò lungo il viale alberato, lo stesso che aveva percorso mille volte con Matteo, ma questa volta era diversa.
Ogni passo era un misto di paura e liberazione.
La solitudine aveva un sapore nuovo: era la promessa di un futuro solo suo.
Il sole, ora più caldo, non scaldava solo la pelle ma risvegliava coraggio e speranza.
Sentì il peso del passato dissolversi lentamente, lasciando spazio a una libertà luminosa.
Il vento leggero le scompigliava i capelli, ma Marta non se ne curava.
Aveva lasciato dietro di sé il suo passato, ma portava con sé le cicatrici invisibili di quella relazione tossica.
Ogni passo era una sfida contro il controllo che Matteo aveva esercitato su di lei per così tanto tempo.
Non sapeva dove sarebbe andata, ma sapeva che non sarebbe mai tornata indietro. Non più.
Il rosso che aveva segnato la sua vita per così tanto tempo non era più un segno di sofferenza, ma un simbolo di forza, di rinascita.
L’amore che un tempo l’aveva distrutta ora l’avrebbe ricostruita — ma alle sue condizioni.
Qualche mese dopo, Marta camminava di nuovo su quel viale alberato.
Il cielo era terso e un caldo sole primaverile scaldava la terra sotto i suoi piedi.
Aveva lasciato dietro di sé l’oscurità, ma non era fuggita dalle sue cicatrici.
Su quel viale camminava con passo sicuro, mentre una nuova consapevolezza le illuminava l’anima.
Il manipolatore, un’ombra che per anni l’aveva avvolta, ora appariva sbiadito e privo di potere.
La sua presenza non era più minacciosa, ma un monito.
Ogni parola velenosa, ogni sguardo opprimente era ormai spoglia di una forza che non riconosceva più come propria.
Si era liberata del suo giogo, non cancellando le cicatrici ma portandole come medaglie, testimonianze di una battaglia vinta.
Da quelle ferite era nato un nuovo fiore, più forte, più resiliente.
L’amore, per Marta, non sarebbe stato più un campo di battaglia, ma un luogo dove dolcezza e rispetto avrebbero regnato sovrani.
Sapeva che la strada verso la guarigione era lunga, ma ogni giorno che passava era un passo più vicino a sé stessa.
Il sole di quella primavera le prometteva un futuro libero, dove il suo valore non sarebbe stato più definito da nessuno.
Il rosso che un tempo era stato il colore del dolore ora brillava come un simbolo di vita.
Una vita che lei, e solo lei, avrebbe deciso di vivere.

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Testata: Buonasera
ISSN: 2531-4661 (Sito web)
Registrazione: n.7/2012 Tribunale di Taranto
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