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INTIMISTA
05 Marzo 2026 - 06:00
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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E anche quell’anno arrivò l’inverno con la sua superbia e la sua prepotenza. Il vento gelido soffiava con i suoi vortici intirizziti. L’alito ghiacciato sibilava di continuo, penetrava nelle ossa, tagliava la faccia, le orecchie, mozzava il respiro e si perdeva, ruggendo, nelle gole dei camini.
Brema si svegliò sepolta dalla neve. Un’incredibile potenza aveva mutato il paesaggio, pareggiando le strade ai marciapiedi, cancellando i sentieri, spegnendo i rumori e le speranze degli uomini.
Monya suonava il violino accanto alla finestra del salone. Con espressione assorta contemplava il paesaggio reso candido dalla neve che durante la notte era caduta copiosa, sommergendo alberi, argini, strade e case. Il mondo pareva ovattato, avvolto nella coltre bianca sopra la quale ogni cosa assumeva un contorno da favola.
Non s’udiva alcun rumore, solo un fruscìo sommesso a interrompere, quasi con soggezione, quella quiete che pareva eterna. Dai comignoli delle case spuntavano pennacchi di fumo che si confondevano con il candore della neve.
Le corde del violino suonavano una melodia dolcissima, come l’espressione del suo viso. Mentre liberava le note del suo strumento, lasciando che danzassero libere nel grande salone, accarezzava con dolcezza un pensiero che da giorni era impresso nella sua mente come un chiodo fisso.
Aveva nevicato per tre giorni, ma già dalle prime ore del mattino un timido raggio di sole faceva capolino tra le nuvole grigie del cielo di Brema. Decise di alzarsi di buon grado per godersi il freddo di quell’inverno che da novembre aveva cominciato a farsi sentire, rigido e prepotente.
Aveva deciso di dedicare la mattinata allo shopping: le vetrine cominciavano a indossare i vestiti di Natale. Monya immaginava quell’atmosfera come una donna agiata, sensibile e attenta a non trascurare alcun dettaglio, madre di una festa troppo importante per essere affidata al caso.
Ma com’era bello, invece, il Natale della sua infanzia, quando la mamma dal ripostiglio tirava fuori un vecchio scatolone riciclato e ne estraeva antichi oggetti: un vecchio abete, il topolino, la scarpetta, la pigna dorata, l’angioletto.
«Sì, ci sono ancora tutti», diceva.
Una candela rossa acquistata al mercatino dell’artigianato, ma soprattutto la tovaglia meno consumata, quella che una volta lavata e stirata con cura veniva conservata per le grandi occasioni. Non mancava niente, anzi, ma soprattutto non mancava nessuno.
C’erano tutti, seduti intorno al tavolo di Natale: lei, suo fratello Amos, i genitori e i nonni. Ogni anno il Natale riservava loro delle meravigliose sorprese. Monya ne ricorda uno in particolare: era l’anno in cui stava per terminare le scuole dell’obbligo. Studiava con profitto, riportando ottimi voti in tutte le discipline.
Quell’anno i genitori decisero di premiare entrambi i bambini con dei regali speciali.
«Alle nove si va a letto» intimò la mamma.
«Ma noi vogliamo vedere Babbo Natale che scende dal camino!» protestò Amos.
«Verrà molto tardi» rispose la madre.
«Uffa…» sbuffò il bambino, ma la mamma lo fulminò con un’occhiata.
La mattina seguente si alzarono molto presto e sotto l’albero trovarono molti pacchetti confezionati con carta colorata, destinati a entrambi. Gli occhi di Monya brillarono di gioia e curiosità quando il papà Dieter le mise in mano una grande scatola. La ragazzina la aprì con dita tremanti e lanciò un grido di gioia quando ne tirò fuori un violino, lo strumento che aveva sempre amato suonare.
Ma la gioia più grande fu quando i genitori le annunciarono che, al termine delle scuole dell’obbligo, avrebbe frequentato il conservatorio, realizzando così il suo grande sogno.
Si scosse dai suoi ricordi solo quando si accorse di aver percorso la Am Markt, il salotto della città, con al centro la maestosa cattedrale. Entrò nella rinomata pasticceria, dove si regalò una colazione succulenta: una fumante tazza di caffè e una gustosa fetta di torta. Aveva davanti a sé l’intera giornata e decise di godersela tutta.
Il freddo le arrossava le guance, ma poco le importava. Le piaceva quella sensazione nordica che, attraversandole il corpo, le procurava un senso di benessere. Seduto a un tavolo, quasi di fronte al suo, un uomo la fissava. Aveva una folta chioma di capelli grigi dall’effetto scapigliato e uno sguardo profondo, mentre Monya leggeva il giornale sorseggiando il suo caffè.
Aspettò che la ragazza uscisse dalla pasticceria per avvicinarla.
«Lei è Monya Mayer?» le chiese.
«Sì, sono io. E lei chi è?»
«Non le interessa sapere chi sono» rispose, e sulle sue labbra comparve un sorriso enigmatico. «Lei suonerà il prossimo mese al Theaterschiff di Brema, vero? E poi a Bonn – la città dove sono nato. La sua carriera sarà segnata da grandi successi, e questi due concerti saranno i primi di una lunghissima serie.»
Canticchiò sottovoce, quasi tra sé, la Romanza n. 2 per violino e orchestra op. 50, guardandosi intorno.
«Lei è…» stava per dire Monya, ma le parole le morirono in gola.
Lui le sorrise sornione, poi si allontanò fino a scomparire, inghiottito dal freddo e dalla leggera foschia di quella mattina di novembre.
«Beethoven… sì, era proprio lui. Ma no, l’avrò sognato» ripeté tra sé.
Si scosse e si avviò verso il centro commerciale, dove avrebbe scelto un regalo per ognuno dei suoi cari. Natale stava bussando alle porte.
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Testata: Buonasera
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