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FANTASY
02 Marzo 2026 - 06:01
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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Michele vide l’ora e si rese conto che era il tempo di prepararsi la cena. La sua routine quotidiana, così rassicurante e confortevole, imponeva che alle 20 dovesse iniziare a cucinare. Ogni giorno era scandito da appuntamenti prefissati. Si svegliava alle 7:30, faceva colazione con caffellatte e fette biscottate. Alle 9 cominciava le pulizie quotidiane della casa (quelle importanti le faceva Alessandra, una giovane donna ucraina che veniva ogni lunedì alle 9). Andava a fare la spesa tra le 10 e le 11 del mattino. Poi si dedicava alle sue piante sul balcone di casa. Alle 13 iniziava a cucinarsi il pranzo che mangiava alle 13:30. Poi si sedeva in poltrona e si addormentava per la sua dormitina pomeridiana appena trovava qualcosa di interessante da vedere in televisione. Alle 17 andava nello studio e si metteva a leggere qualcosa mentre ascoltava la musica che proveniva da un vecchio giradischi. Ascoltava musica italiana degli anni ’60 come Jimmy Fontana, Don Backy e Johnny Dorelli. Dopo cena chiamava le due figlie che vivevano in altre città e si faceva raccontare le loro giornate e, soprattutto, cosa combinavano i suoi nipotini. Poi si sedeva in poltrona e guardava la televisione fino a mezzanotte. Michele aveva quasi 80 anni e i suoi amici o erano morti o non erano più autonomi per fare una passeggiata insieme o per farsi una partita a carte.
Ogni giorno tutto era scandito in modo quasi ossessivo da questi appuntamenti. Questo stile di vita era stato l’unico modo per andare avanti, per proseguire la vita, per sopravvivere all’angoscia dopo la morte, per un male incurabile, di sua moglie Monica.
Solo una creatura aveva il permesso di alterare questo tran-tran: il suo gatto nero Cagliostro, anche se, di sovente, era proprio il piccolo felino che gli ricordava i suoi impegni. Saliva sul letto alle 7:29 e si strusciava sul suo viso. Giocava con la zampetta vicino alla sua vaschetta con la sabbia alle 8:59. Alle 12:59 saliva sul ripiano vicino ai fornelli e alle 13:59 lo aspettava sulla poltrona davanti alla televisione. Alle 19:59 saliva sulla scrivania dove Michele leggeva e gli camminava sul libro. Alle 20:59 si faceva di nuovo trovare sulla poltrona davanti alla televisione e poi, alle 23:59, miagolava stando sdraiato sul letto matrimoniale.
«Michele, è ora di venire a dormire.»
Ma quella sera Cagliostro non era salito sulla scrivania e fu per puro caso che Michele si rese conto che era ora di cucinare. Una delle persiane esterne dello studio batté con violenza sul muro a causa di una raffica di vento. Si alzò per bloccarla e si rese conto che il tempo era cambiato. Nel cielo notturno grosse nuvole nere e raffiche di vento annunciavano l’arrivo di un temporale. Bloccò la persiana e chiuse la finestra. Poi guardò il suo orologio.
«Ma che ore si sono fatte? Caspita, le 20! Devo andare a preparare la cena. Cagliostro, dove sei? Perché non mi hai avvisato?»
Sentì Cagliostro miagolare.
«Michele, non posso venire. C’è qualcosa di strano qui. Il muro si è aperto.»
Cagliostro sapeva perfettamente che, per quanto si sforzasse, il suo umano non era in grado di comprendere il suo linguaggio e sapeva perfettamente che Michele non poteva percepire quello che stava accadendo. Sul muro accanto alla porta di casa si era creato un varco che portava a un’altra casa e si sentiva una voce femminile provenire da quei nuovi misteriosi ambienti. Si mise di guardia davanti a quel luminoso passaggio, con le orecchie ben ritte e i sensi pronti a farlo reagire nel modo più opportuno. Toccava a lui farlo.
Michele si diresse in cucina e aprì il frigorifero.
«Bene bene, stasera mi preparo una bella bistecca ai ferri con l’insalata.»
Accese i fornelli e mise la bistecchiera sul fuoco per farla surriscaldare quel tanto che serviva per creare quella deliziosa crosticina saporita sulla carne.
«Monica, Monica, dove sei?»
Sospirò.
«Ho imparato a cucinare da quando non ci sei, ma non riuscirò mai a preparare quei manicaretti che solo tu sapevi fare.»
Il pensiero di Monica dava a Michele un profondo senso di solitudine e di rimpianto. Poi sentì Cagliostro miagolare di nuovo e lo vide davanti al muro vicino alla porta di casa.
«Michele, puoi venire un attimo qui? Ti ripeto che il muro si è aperto! E c’è la signora della fotografia dall’altra parte.»
«Cagliostro, che fai lì?»
In quel momento le finestre si illuminarono e si sentì un boato fragoroso. Un fulmine era caduto proprio nei paraggi. D’istinto si girò verso Cagliostro.
«Cagliostro… ma che caspita…?»
Monica amava i temporali. Quando il cielo diventava cupo per le nere nuvole stracolme di pioggia lei cominciava a sentirsi bene. Quella sensazione di benessere fisico e psicologico che la potenza della natura sapeva donarle. Amava i temporali, il mare in tempesta, il vento forte e tutte quelle espressioni di ribellione delle forze del creato. In piedi davanti all’ampia finestra del suo salotto osservava la notte che era arrivata con un’ora di anticipo; presto si sarebbero scatenati tuoni e fulmini e lei voleva godere di quello spettacolo.
Anche a suo marito Michele piacevano i temporali. Ma lui non c’era più. Era morto tre anni prima per un tumore e da quel momento la vita di Monica aveva assunto il colore grigio. Le due figlie vivevano in altre città, gli adorati nipotini crescevano e lei li vedeva solo due volte l’anno, le sue vecchie amiche erano più acciaccate di lei e uscivano raramente per vedersi. Gran parte del suo tempo lo viveva a casa in compagnia di Cagliostro, il suo gatto nero.
A 74 anni cominciava a sentire la stanchezza della vita e non provava più quella giovinezza interiore che l’aveva sempre contraddistinta.
«Cagliostro, che guardi?»
Disse rivolgendosi al gatto che stava seduto sulle zampe posteriori e fissava qualcosa in direzione del muro vicino alla porta di casa. L’orecchio destro del gatto vibrò leggermente, quel tanto che le fece capire che aveva sentito la voce della sua umana.
«Questo signore ti cerca», disse Cagliostro, sapendo perfettamente che la sua umana non avrebbe mai potuto udirlo e, di certo, non poteva vedere la porta aperta che c’era accanto alla porta di casa. Cagliostro quella seconda porta l’aveva sempre vista chiusa e ora, per la prima volta, era aperta e si poteva vedere una stanza da cui proveniva un suono di musica. Aveva sentito chiaramente una voce maschile dire: «Monica, Monica, dove sei?».
Era turbato perché non provenivano odori da quella direzione ed era molto strano. La sua naturale diffidenza gli impediva di varcare quella soglia e continuava ad osservare e a studiare quell’ambiente.
«Monica, un signore ti cerca», ripeté inutilmente senza togliere lo sguardo da quella seconda porta.
«Cagliostro, vieni qui, tra poco vedremo il primo fulmine della notte», disse Monica senza voltarsi. Gli alberi erano scossi da un forte vento e foglie e pezzi di carta turbinavano nella piazza davanti alla casa di Monica. Poi improvvisamente il cielo si fece bianco e un fragore assordante esplose facendo vibrare i vetri delle finestre. L’odore di ozono che si genera con la scarica elettrica si sentiva anche dentro casa. Monica, quasi ridendo, sobbalzò all’indietro. Era felice.
«E tu chi sei?» disse Cagliostro al gatto nero che era comparso nella stanza oltre la seconda porta.
«Come chi sono? Chi sei tu? E che ci fai davanti alla casa del mio umano?»
«No, guarda, sono io che lo chiedo a te. Chi sei e che ci fai qui davanti alla casa della mia umana?»
L’assenza di odori lo innervosiva ed era pronto a difendere il suo territorio ad ogni costo. Rizzò il pelo, aumentando il volume del proprio corpo, ed inarcò la schiena. L’altro gatto, ovviamente, fece altrettanto. Cagliostro era pronto a scattare se solo quell’intruso avesse provato a fare una mossa verso di lui.
«Cagliostro, vieni qui, tra poco vedremo il primo fulmine della notte.»
Sia Cagliostro che il gatto oltre la seconda porta si voltarono e poi strinsero gli occhi per l’esplosione di luce e il boato che seguì.
«Ti chiami Cagliostro anche tu?»
«Sì.»
«Come si chiama il tuo umano?»
«Michele. E la tua umana?»
«Monica.»
Fecero due passi in avanti in contemporanea ed entrambe misero una zampina oltre la soglia della seconda porta.
Improvvisamente gli odori di quello spazio “esterno” arrivarono al naso dei gatti e si rasserenarono. Ognuno comprese di trovarsi di fronte a sé stesso. Si strusciarono e si leccarono la testa e poi si sedettero di nuovo l’uno di fronte all’altro, come davanti a sé stessi.
«Non so come sia possibile, ma se tu sei me, allora io sono te.»
«Direi proprio di sì.»
«Bello.»
«Già, molto bello.»
«E ora che facciamo?»
«Giuro, non lo so.»
«E se i nostri umani si vedono?»
«Non so che dirti. È una cosa tutta nuova per me.»
«Anche per me.»
Michele era letteralmente paralizzato e fissava due gatti neri identici. Alzò lo sguardo e vide quella nuova porta che si era creata accanto a quella di casa e un misto di stupore e paura lo invase quando realizzò che oltre quella nuova porta non c’era il pianerottolo ma un’altra casa. Per un attimo si convinse che era morto e stava osservando l’ingresso nell’altro mondo. Si colpì sulle gambe e provò dolore, dandosi la prova che era vivo. Ma stupore e paura tornarono ad assalirlo quando prese consapevolezza che quello che stava osservando non era qualcosa di questo mondo. Poi, andando oltre con lo sguardo, lo stupore e la paura si trasformarono in incredulità ed euforia. Non poteva essere vero quello che vedeva eppure era lì. Il vestito azzurro, la postura, i capelli, gli occhi, il viso e il sorriso erano quelli di Monica.
«Monica, sei tu?»
Monica era euforica. Fuori della finestra si stava scatenando una tempesta. Dopo quel fulmine fragoroso ce ne erano stati altri ma tutti più distanti. Forse il temporale si stava allontanando, pensò. Le sarebbe dispiaciuto se fosse finito perché voleva gustare ancora un po’ di potenza della natura.
«Cagliostro, vieni qui. Ho bisogno della tua magia per far tornare il temporale», e si voltò verso il gatto.
Quello che vide la lasciò senza fiato. Cosa stava accadendo? Cosa vedeva? Cosa udiva? Iniziò a sentire il suo cuore battere all’impazzata e le sue gambe cominciarono a tremare. Ma quell’eccitazione non era dovuta alla paura per la misteriosa porta aperta che era comparsa sul muro. Era euforia, era folle felicità, era adrenalina che le scorreva impazzita nel sangue. Lo sguardo era verso il pavimento in direzione di Cagliostro e di un altro Cagliostro di fronte a lui. Poi continuò a guardare in quella direzione, sempre verso il pavimento di quella stanza dietro la seconda porta, e vide due piedi umani che indossavano le ciabatte di Michele; lentamente sollevò lo sguardo e vide i pantaloni di velluto e il golf azzurro che portava sempre Michele a casa e poi vide il volto di Michele.
«Michele, sei tu?»
Michele e Monica si stavano sforzando nel dare un senso razionale a quello che stava accadendo ma non riuscivano a trovare una spiegazione. Decisero quindi di vivere quella strana avventura guidati solo dal cuore.
«Io non so come sia possibile, ma se ti vedo e ti sento vuol dire che è possibile. E voglio toccarti.»
«Anche io lo desidero perché mi sei mancata tantissimo.»
Corsero l’una verso l’altro e si fermarono sulla soglia di quella magica seconda porta.
«Ora che potrebbe succedere se oltrepassiamo questo punto?»
«Non lo so.»
«E se, per un qualsiasi motivo, non lo possiamo fare?»
«E se dobbiamo farlo per scoprirlo?»
A quelle parole Monica prese il coraggio a due mani, aprì le braccia per stringere suo marito e varcò la soglia.
Si strinsero e si abbracciarono, riconoscendosi solo per come lo facevano. La loro euforia era al massimo. Si guardarono un istante e si baciarono sulle labbra e poi si lasciarono andare in un bacio di passione travolgente. Lo stesso tipo di bacio che si erano dati la prima volta. Un bacio interminabile e focoso. Poi si guardarono negli occhi. Iniziarono a piangere e a ridere.
«Fammi vedere casa tua», disse Monica.
«Prego, mia signora, si accomodi. Come vede è esattamente come quando…» la voce si affievolì un po’ «mi hai lasciato.»
«Non ti ho mai lasciato, amore.»
Monica guardò quel salotto e per quanto si sforzasse di cercare non trovava nulla di diverso dal suo.
I due Cagliostro guardavano i loro due umani incuriositi.
«Ma cosa è successo?»
«Non te lo so dire. Però qualcosa è successo. Si è aperta la porta.»
«Già, la seconda porta. Ma siamo stati noi?»
«Forse sì. Magari perché guardavamo contemporaneamente la porta mentre c’era il temporale.»
«E se la porta ora si chiude?»
«Se si chiude, si vedrà cosa fare.»
«Ragioni proprio bene.»
«Anche tu.»
Anche se i gatti non ridono, in quel momento erano così felici che le loro bocche sembravano farlo.
Monica e Michele si erano seduti sul divano. Lo stesso divano che era nelle due abitazioni.
«Pensavo che dobbiamo salutarci ora.»
«No! Perché dici questo? Te ne vuoi andare un’altra volta?»
«Assolutamente no. Mi sono espressa male. Mi scusi?»
«Allora che intendevi?»
«Volevo dire questo. Non sappiamo quanto durerà questa magia e non sappiamo cosa accadrà quando terminerà e se terminerà. Giusto?»
«Sì, giustissimo.»
«Allora se ci salutiamo ora eviteremo di rimpiangere di non esserci salutati quando non ci potremo più vedere.»
«Sei fantastica, amore mio. Hai proprio ragione. Allora io ti dico che se svanirai considererò questi momenti come un dono divino. E sono felice di aver vissuto ancora accanto a te.»
«Io, amore mio, ti dico che dal momento che tu svanirai mi sentirò felice, sapendo che sei vivo, stai bene e sei bellissimo come sempre.»
Si baciarono ancora con estrema lentezza e dolcezza e poi ripresero a guardarsi negli occhi e a raccontarsi i loro ultimi anni vissuti da soli.
«E noi due che facciamo?» disse uno dei due Cagliostro.
«Credo di saperlo, sai?»
«Credo di saperlo anche io.»
«Uno di noi due, a turno, dovrà stare seduto o sdraiato sulla soglia di questa nuova porta.»
«Già, la seconda porta deve rimanere sempre aperta.»
«Turni da quanto? Sei ore?»
«Sì, credo vada bene. Tanto i nostri umani, vedendoci lì, prima o poi ci metteranno un cuscino.»
«E se non lo fanno, ne rubiamo uno e ce lo mettiamo noi.»
«Allora inizio io.»
«Aspetta, vado subito a prenderti qualcosa.»
Tornò poco dopo trascinando con la bocca la copertina di lana che era sul divano.
«Ecco. Poi la sistemeranno loro meglio ma almeno abbiamo qualcosa di morbido e caldo dove riposare.»
«Grazie, Cagliostro.»
«Grazie a te, Cagliostro, per iniziare il turno di guardia.»
Si sdraiò comodo sulla copertina mentre il suo sé stesso si diresse sul divano dove erano seduti Monica e Michele. Saltò sopra e si mise tra loro due, iniziando a fare le fusa.
Il temporale era terminato e un dolce odore di pioggia e di terra bagnata si sentiva nell’aria. Un gatto randagio sentì un rumore dietro un cespuglio e si accovacciò pensando a un piccolo topo da catturare. Dalle foglie vide uscire sé stesso.

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Testata: Buonasera
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