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PSICOLOGICO
05 Gennaio 2026 - 06:01
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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Potrebbero almeno togliermi le manette… guarda che lividi che mi hanno lasciato sui polsi. Ho chiesto a questi poliziotti che mi stanno piantonati accanto che diavolo ci faccio io qui.
Non mi rispondono. Guardano fisso in avanti e un tizio mi rimprovera sbattendo il martelletto sul bancone: «Silenzio».
Io non ci capisco più niente.
Forse quello con il martelletto è San Pietro.
Io so solo che stavo lavorando al cantiere come al solito.
Che caldo che faceva… e poi quel maledetto rumore della carrucola… eppure l’avevo frizionata il giorno prima con olio…
Ci sono dei suoni che non posso sopportare: mi penetrano nelle orecchie, mi rompono i timpani e si spacca in due parti il cervello e il sangue che esce mi acceca.
È un dolore atroce, bisogna scuotersi come un puledro indemoniato per liberarsene.
È per questo che avevo deciso quel giorno di fermare a tutti i costi quella carrucola. Gli altri hanno cercato d’impedirmelo… inutile… peggio per loro… devo essere svenuto però dopo. Un colpo di sole sicuramente, perché, vi giuro: c’era un sole che spaccava le pietre quel giorno.
Mi sono svegliato in una stanza con le sbarre. E adesso mi hanno portato in quest’altra stanza piena di gente. Ci stanno certi tizi che sembrano vestiti per carnevale.
“La Legge è uguale per tutti” c’è scritto sul capo di quel babbuino che mi rimprovera continuamente.
E no, smettila con quel martelletto che vengo lì e te lo spacco in testa.
E poi ci sta un corvaccio vestito di nero che spiffera i fatti miei. Sentiamo, sentiamo che dice:
«Giorno… l’imputato… mentre svolgeva il suo lavoro di muratore presso… ha barbaramente assassinato un suo collega… gettando dall’alto del montacarichi dei mattoni in testa alla vittima…».
IO? Ma questo è pazzo.
Veramente i mattoni li hanno gettati in testa a me… non adesso, tanti anni fa… quand’ero bambino.
Io lavoravo con mio padre da cui ho imparato a fare il muratore… beh allora non è che lo facessi proprio bene… ecco un giorno si è incazzato e mi ha preso a mattonate… una fesseria… ma perché questo corvaccio racconta proprio adesso questa storia? E non sa nemmeno come sono andati i fatti…
«La vittima è stata colpita in piena testa e nonostante fosse già a terra sanguinante, l’imputato ridendo, ripeto, ridendo, ha continuato a scagliare mattoni dall’alto impedendo che si potesse soccorrere la vittima forse ancora viva. Questo dimostra la volontà omicida dell’imputato. Un assassinio, Signori, che dimostreremo premeditato…».
Adesso vorrebbero farmi credere che mio padre volesse ammazzarmi? Ma no… sì… è vero… rideva… comunque non mi prese in testa. E poi io, la cosiddetta vittima, non sono morto, mi ha beccato sulla spalla, infatti è rimasta storta… è vero: rideva ed ha continuato con quella pioggia di mattoni ma io mi sono trascinato via… e lui, lui rideva e… e quella carrucola… quel rumore…
Non mi hanno creduto.
Ho cercato di spiegare quella faccenda del rumore ma hanno riso.
Alla fine, mi hanno tirato per il colletto e costretto ad alzarmi.
Quel babbuino con il martelletto ha sentenziato qualcosa in tono profetico… faceva paura… avevo la sensazione che San Pietro mi stesse condannando alla buca dell’inferno.
Niente di tutto questo.
Mi hanno portato in un’altra stanza con le sbarre, un po’ più piccola della prima, ma pensate: tutta mia, con un letto tutto mio, e mi danno anche da mangiare.
Ogni tanto mi fanno uscire con altra gente in un cortile dove camminiamo tutti in fila, uno dietro l’altro… ci fanno fare dei lavoretti, per il cibo penso, ma sono lavoretti da niente, quelli che si lamentano non hanno fatto i muratori con mio padre.
L’unica cosa che mi turba un po’ è questo lavandino. Ve l’ho già detto, ci sono dei rumori che non sopporto.
Questo maledetto rubinetto perde acqua.
Di solito l’acqua non c’è. Solo a notte inoltrata arriva.
Arrivano le prime gocce e una dopo l’altra le sento raccogliersi, formarsi e ‘clict’ lasciarsi cadere e ‘glub, glub’ scendere lungo il lavandino.
Questa notte ho strappato una striscia di questa bella tuta che mi hanno dato, mi dispiace, ma così ho avvolto il rubinetto e la stoffa assorbe le gocce prima che cadano.
Maledizione! Lo sapevo. Il tempo di prendere sonno e la stoffa è già zuppa e le gocce “clict, clict… glub, glub” ricadono nel lavandino. Ho strappato un’altra striscia. Speriamo bene.
Mi sono svegliato ammanettato e sotto le manganellate di quei bastardi.
Non capisco perché mi odino a tal punto.
Un tizio nella stanza con le sbarre accanto alla mia mi ha chiesto se sto cercando di fare il pazzo.
«In che senso?» gli ho chiesto.
«Non fare il tonto con me, è chiaro: così ti dichiarano infermo mentale e pensi di andartene da qui».
«Io sto bene qui».
«Allora sei matto davvero».
Poi mi ha detto che ci sono volute quattro guardie per tenermi calmo. Dice che avrei iniziato ad urlare con una voce da donna e con le mie mani mi strozzavo.
Quando sono arrivate le guardie mi sarei nascosto sotto il lavandino rifiutandomi d’uscire.
Io non ricordo nulla.
Ho dormito.
Ho pure sognato, figuriamoci se è vero quel che dice ’sto ruffiano.
Ricordo pure il sogno.
Ero bambino. Eravamo a tavola io e mia madre nella nostra casa. Questa era un misero garage, un’unica stanza con un tavolo, i letti ed una tenda bucata che circondava il cesso.
C’era pure un lavandino con sotto uno spazio vuoto.
Mia madre aveva il pancione. Lei aveva sempre il pancione ma non è arrivato mai nessun fratellino o sorellina, tanto che penso di aver fatto un po’ di confusione tra mesi ed anni, per cui una gravidanza dura nove anni e non nove mesi come avevo capito male io.
Mangiavamo seduti al tavolo un pezzo di pane ammuffito. Io non lo volevo mangiare e piangevo. Ad un certo punto avevamo sentito i passi di mio padre che arrivava. Mia madre mi nascose, come al solito, sotto il lavandino e mi ordinò di non uscire fino a quando non fosse venuta lei a tirarmi fuori. Io al buio, lì dentro, che potevo fare? Contavo le gocce che cadevano sopra la mia testa nel lavandino, mentre le urla di mio padre e i pianti di mia madre mi facevano perdere il conto ogni tanto…
Ne contai 10.581. Mia madre ancora non era venuta a tirarmi fuori.
Venne mio padre.
Dei dottori sono venuti a parlare con me e mi hanno portato via dalla mia stanza con le sbarre.
In compenso ho un’altra stanza tutta bianca dove pure i muri sono morbidi.
Qui non c’è il lavandino… quindi niente maledetti rubinetti che perdono.
Stanotte penso che dormirò proprio bene.
Spero solo che mi levino questa strana camicia che mi fascia tutto, è stretta.
Ora mi sdraio e cerco di dormire.
Sapete, stavo pensando una cosa. Quando mi nascondevo sotto il lavandino, è vero che sentivo le urla, i pianti e le gocce d’acqua cadere, ma qualcos’altro copriva tutti questi rumori, un suono più vicino a me di tutto il resto, una melodia che ora, non appena taccio, è di nuovo qui, accollata alla mia stessa esistenza, irregolare. È il mio respiro.
E adesso come me ne libero?

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