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Bari
01 Aprile 2026 - 10:42
BARI - Una rete già esistente, invisibile e lunga migliaia di chilometri, potrebbe rivoluzionare il modo in cui vengono monitorati i terremoti. È il risultato di uno studio coordinato dall’Università di Bari, pubblicato sulla rivista scientifica Communications Earth & Environment, che apre nuove prospettive nel campo della prevenzione sismica.
Alla base della ricerca c’è l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per trasformare i cavi sottomarini in fibra ottica in veri e propri sensori distribuiti, capaci di intercettare segnali legati agli eventi sismici. Un sistema che sfrutta infrastrutture già presenti sui fondali marini, senza la necessità di installare nuovi dispositivi.
Lo studio affronta una delle sfide più rilevanti a livello globale, quella del monitoraggio tempestivo dei terremoti. Grazie a tecniche avanzate di machine learning, i ricercatori hanno dimostrato che le variazioni nello stato di polarizzazione dei segnali ottici che viaggiano nei cavi possono essere analizzate per individuare movimenti tellurici, trasformando la rete in una piattaforma di osservazione continua.
La sperimentazione è stata condotta su oltre 2 anni di dati, raccolti tra il 2022 e il 2024 attraverso il cavo Med-Nautilus nel Mediterraneo meridionale. I risultati mostrano che il sistema è in grado di rilevare segnali sismici in poche decine di secondi anche a centinaia di chilometri di distanza dall’epicentro, offrendo così un potenziale strumento di allerta precoce.
Uno degli elementi più innovativi della ricerca riguarda la sua immediata applicabilità. Non essendo necessario installare nuovi sensori, il sistema consente di monitorare aree difficilmente raggiungibili, come i fondali profondi o le zone remote, dove i sismografi tradizionali risultano difficili da collocare. Un vantaggio significativo sia dal punto di vista tecnico sia economico.
Il progetto è frutto di una collaborazione multidisciplinare che ha coinvolto, oltre all’Università di Bari, la Marina Militare Italiana, Telecom Italia Sparkle, il PolySense Lab, il Politecnico di Bari e l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, con il supporto di Engineering Ingegneria Informatica.
La ricerca è stata sviluppata dal gruppo di Fisica Applicata dell’ateneo barese, con il contributo di giovani ricercatori e il coordinamento di diversi docenti del Dipartimento Interuniversitario di Fisica e di altre strutture accademiche.
A sottolineare il valore dell’iniziativa è il rettore Roberto Bellotti. “Questo risultato evidenzia come la ricerca universitaria sia in grado di generare innovazione ad alto impatto”, ha dichiarato, evidenziando il ruolo degli atenei nel trasformare conoscenze scientifiche in strumenti concreti per la sicurezza del territorio.
Un progetto che conferma il contributo dell’Università di Bari nello sviluppo di soluzioni avanzate, in linea con le strategie europee e nazionali legate alla resilienza, alla sicurezza e alla trasformazione digitale.
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