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Bari
09 Marzo 2026 - 10:46
BARI – Una terapia di alta specializzazione che utilizza microsfere radioattive per colpire in modo mirato le cellule tumorali del fegato è stata applicata per la prima volta al Policlinico di Bari. Nell’ospedale universitario è stato infatti effettuato il primo intervento di radioembolizzazione epatica TARE, acronimo di Trans Arterial RadioEmbolization.
La procedura è stata realizzata dall’Unità operativa di Medicina Nucleare diretta dal professor Giuseppe Rubini, segnando un nuovo traguardo nel campo delle cure oncologiche avanzate disponibili in Puglia.
La tecnica si basa sull’impiego di microsfere contenenti Ittrio-90, un radionuclide che emette radiazioni ad alta energia ma con una capacità di penetrazione limitata. Questa caratteristica consente di concentrare l’effetto terapeutico all’interno della lesione tumorale, riducendo al minimo l’esposizione del tessuto epatico sano.
Il trattamento segue un percorso clinico particolarmente articolato. Prima della somministrazione terapeutica vengono effettuate valutazioni cliniche approfondite, esami diagnostici avanzati come TC e PET, definizione personalizzata della dose e una fase di simulazione pre-trattamento che consente ai medici di pianificare con precisione l’intervento.
Secondo il professor Giuseppe Rubini, la radioembolizzazione rappresenta una soluzione importante in specifiche condizioni cliniche. «Si tratta di un’opzione terapeutica indicata quando l’asportazione chirurgica del tumore non è possibile o quando l’intervento risulta controindicato per le condizioni del paziente» spiega il direttore della Medicina Nucleare.
Rubini sottolinea inoltre la natura altamente selettiva della tecnica. «La radioembolizzazione è un intervento che assomiglia più a un lavoro di precisione che a un’azione d’urto. Le microsfere, trasportate dal flusso sanguigno, raggiungono il cuore del tumore e rilasciano lì la loro energia con una penetrazione limitata, salvaguardando il più possibile il tessuto sano».
In alcuni casi selezionati il trattamento può anche consentire di ridurre l’estensione del tumore fino a renderlo compatibile con i criteri per il trapianto di fegato, ambito nel quale il Policlinico di Bari rappresenta il centro di riferimento regionale.
Il primo intervento è stato reso possibile grazie a un lavoro multidisciplinare che coinvolge diverse unità operative impegnate nella gestione del carcinoma epatocellulare. Tra queste Medicina Interna, Oncologia Medica, Chirurgia epato-biliare e trapianti di fegato, Diagnostica per immagini, Medicina Nucleare e l’Unità operativa di Danno Epatico.
Prima della somministrazione terapeutica viene effettuata una fase preliminare particolarmente delicata. Il protocollo prevede uno studio angiografico super selettivo accompagnato dall’iniezione di un radiofarmaco diagnostico che simula il comportamento delle microsfere terapeutiche.
Le immagini ottenute tramite scintigrafia e SPECT/CT permettono ai medici di ottenere una ricostruzione tridimensionale della distribuzione del radiofarmaco e di calcolare con precisione la dose da somministrare. La pianificazione avviene con software dedicati e con la collaborazione tra medico nucleare e fisico sanitario.
Il primo paziente trattato al Policlinico di Bari è stato individuato dalla dottoressa Maria Rendina, direttrice dell’Unità operativa di Danno epatico e Trapianto, con la valutazione condivisa del team multidisciplinare. Il ricovero è avvenuto presso l’Unità operativa di Gastroenterologia guidata dalla professoressa Beatrice Principi.
L’intervento è stato eseguito dai radiologi interventisti Nicola Lucarelli, Cristian Dell’Atti e Ilaria Villanova, insieme ai medici nucleari Cristina Ferrari e Alessandra Di Palo. La pianificazione dosimetrica è stata elaborata con la collaborazione della dottoressa Angela Terlizzi, responsabile dell’Unità operativa di Fisica Sanitaria, e della dottoressa M.G. Leo.
Determinante anche il contributo del personale infermieristico e degli operatori delle unità coinvolte, impegnati nella gestione dell’organizzazione clinica, nel ricovero e nel monitoraggio del paziente all’interno delle degenze radioprotette della Medicina Nucleare.
Al termine del trattamento il paziente è stato dimesso in buone condizioni e continuerà il percorso di follow up sotto il controllo del team multidisciplinare.
Il risultato ottenuto rappresenta un passaggio significativo nel percorso di crescita della struttura sanitaria barese. Il direttore generale del Policlinico, Antonio Sanguedolce, sottolinea il valore del lavoro di squadra che ha reso possibile l’intervento.
«È un traguardo importante per il Policlinico di Bari, reso possibile dall’integrazione tra le diverse professionalità coinvolte. L’obiettivo è rendere questo tipo di trattamento un’attività stabile e programmata, ampliando concretamente le possibilità di cura per i pazienti con tumore al fegato» conclude Sanguedolce.
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