LECCE – Lettera aperta di Carola Ratti, nipote del sindaco di Lecce Adriana Poli Bortone dopo le roventi polemiche dei giorni scorsi:
“Scrivo dopo giorni in cui ho letto parole che non avrei mai pensato di dover associare a una persona che amo. Parole dure, violente, disumanizzanti: “speriamo presto che accanto alla data di nascita ce ne sia un’altra”.
Auguri di morte, frasi che fanno male anche solo a trascriverle. E allora ho capito che restare in silenzio non era più una scelta possibile.
Non scrivo per cercare compassione, né per costruire una narrazione da vittima o perché qualcuno mi abbia chiesto di farlo.
Scrivo perché dietro ogni nome pubblico, dietro ogni ruolo istituzionale, c’è una persona. E dietro quella persona ci sono affetti e relazioni.
Oggi sembra sempre più facile dimenticarlo. Il dibattito si è trasformato in scontro, e lo scontro in odio. Le parole non sono più strumenti di confronto, ma armi. E quando si arriva ad augurare la morte a qualcuno, significa che abbiamo perso qualcosa di fondamentale: la capacità di riconoscere l’umanità nell’altro.
Non è una questione di idee politiche. Non è una questione di schieramenti. Ognuno ha il diritto di pensare, criticare, dissentire. Ma c’è un confine che non dovrebbe mai essere superato: quello del rispetto umano.
Mi sono chiesta come sia possibile arrivare a tanto, soprattutto in un periodo così caratterizzato da conflitti mondiali. Mi son chiesta, se chi scrive certe cose si fermi mai a pensare. Se riesca a vedere, anche solo per un istante, negli occhi di quella persona, gli occhi di qualcuno che ama: una madre, una nonna, una persona cara. Forse no. Forse è proprio questa distanza emotiva che rende tutto più facile.
Prendere parola oggi, per me, significa questo: provare a riportare al centro l’essenziale. Ricordare che il rispetto non è un’opinione, ma una base minima di convivenza. Che le parole hanno un peso. Che quello che scriviamo e diciamo ha conseguenze reali, su persone reali.
Non risponderò all’odio con altro odio. Non mi permetterei mai ad augurare, anche a chi ha scritto l’offesa più grave, la morte di un parente vicino indifferentemente dal colore politico nel quale si identifica.
Non è questa la strada che voglio percorrere. Se c’è una cosa che sento, è il bisogno di restare umana anche davanti alla disumanità.
A chi ha ancora la fortuna di avere accanto i propri nonni, auguro tempo. Tempo lungo, sereno, pieno. Auguro cura, presenza e amore. Perché alla fine, al di là di tutto, è questo che resta.
E forse è proprio da qui che dovremmo ripartire: dal riconoscerci, prima di tutto, come esseri umani”.