BARI - La Puglia si conferma protagonista assoluta nel comparto dell’uva da tavola, consolidando il proprio ruolo di leader nazionale in un settore in continua trasformazione. Con 23.400 ettari coltivati su 41.000 complessivi e circa l’80% dei volumi italiani, la regione rappresenta il fulcro produttivo di una filiera che, nonostante le difficoltà legate allo scenario internazionale e all’aumento dei costi, continua a crescere soprattutto in termini di valore.
I dati sono stati illustrati nel corso di un incontro promosso da Coldiretti Puglia e Bari, UeCoop e Comune di Rutigliano, alla presenza di rappresentanti istituzionali e del mondo agricolo, tra cui il sottosegretario Luigi D’Eramo e l’assessore regionale Francesco Paolicelli.
Il segnale più evidente arriva dall’export, che ha superato i 900 milioni di euro, raggiungendo livelli mai registrati prima. A sostenere la crescita sono soprattutto i mercati europei, con Germania, Francia e Polonia tra le principali destinazioni. Parallelamente, anche il mercato interno mostra un andamento positivo, con un incremento dei consumi a valore di quasi il 30% negli ultimi 2 anni, accompagnato da un aumento dei prezzi vicino al 50%. In sostanza, si registra una contrazione dei volumi venduti ma un miglioramento delle condizioni economiche, con un fatturato complessivo in crescita di circa il 27%.
Al centro di questa evoluzione c’è la trasformazione varietale, che interessa in modo particolare la Puglia. Le uve senza semi hanno ormai superato il 57% delle superfici coltivate e raggiungono oltre il 78% nei nuovi impianti, diventando il principale motore di sviluppo del comparto. Il loro successo è evidente soprattutto nella grande distribuzione, dove negli ultimi 5 anni si è registrato un aumento del 130% a volume e del 230% a valore nel segmento del confezionato.
“Questi numeri confermano il ruolo strategico della Puglia e la capacità delle nostre imprese di adattarsi ai cambiamenti del mercato, puntando su qualità e innovazione”, ha sottolineato Alfonso Cavallo. Un cambiamento che sta incidendo anche sugli equilibri tra le diverse varietà. Le cultivar tradizionali mostrano segnali di difficoltà, soprattutto nel confezionato, ma alcune produzioni identitarie continuano a trovare spazio sul mercato quando valorizzate adeguatamente.
“Serve però attenzione a non perdere equilibrio tra produzione e mercato, perché la crescita deve restare sostenibile anche nel lungo periodo”, ha aggiunto Pietro Piccioni.
Cambia anche il modo di commercializzazione. Il prodotto confezionato guadagna quote, mentre lo sfuso registra una flessione nei volumi, pur mantenendo una buona redditività grazie all’aumento dei prezzi. I canali della grande distribuzione organizzata, in particolare supermercati e discount, trainano questa evoluzione, mentre il dettaglio tradizionale continua a perdere terreno. La stagionalità resta concentrata tra agosto e ottobre, con settembre come mese chiave, anche se la presenza di prodotto fuori stagione garantisce continuità sugli scaffali.
Per il futuro, il settore è chiamato a rafforzare la propria struttura. “Il futuro del comparto passa dalla capacità di fare sistema, rafforzare l’aggregazione e costruire filiere più solide e organizzate”, ha evidenziato Gianvito Altieri.
Secondo Coldiretti, la crescita attuale è sostenuta più dal valore che dalle quantità, un equilibrio che richiede attenzione per evitare squilibri futuri legati a un possibile eccesso di offerta. Il comparto dovrà quindi puntare su competitività internazionale, innovazione e differenziazione dell’offerta, senza perdere il legame con le proprie produzioni tipiche.
Resta infine il nodo della concorrenza estera. L’assenza di regole uniformi sui mercati internazionali rischia di comprimere i prezzi, rendendo necessario un rafforzamento delle filiere e una maggiore tutela del comparto. L’obiettivo indicato è chiaro: garantire sostenibilità e redditività alle imprese agricole, trasformando innovazione e qualità in valore stabile nel tempo.