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L'analisi
28 Marzo 2026 - 09:57
Una moschea - foto Fondazione Migrantes
FOGGIA - A Foggia qualcuno cerca di edificare una Moschea. La facciano liberamente, siamo contenti che si sentano rispettati come noi facciamo sempre. Naturalmente se devi fare una cosa nuova e devi spendere dei soldi, cerchi di farla per bene, grandiosa, magari la più grande d’Italia.
Certo, nella Terra di san Padre Pio e di san Michele Arcangelo (e anche di altri luoghi santi), meta da secoli di pellegrinaggi provenienti da ogni angolo della cristianità è un po' azzardato se non provocatorio proporre una cosa del genere. Quelle decine di secoli di diffusa e profonda religiosità ci hanno consegnato una popolazione che oggi è particolarmente devota fino al bigottismo. Come gli è venuto a costoro di avere una idea così “innovativa”?
Semplice: i nativi -gente molto per bene, miti e laboriosi nel solco degli insegnamenti cristiani- se ne sono andati e quelli che parzialmente li hanno sostituiti pensano di poter fare quello che vogliono. Questa cosa è vera non solo per i devoti di altre religioni ma anche di alcune organizzazioni che hanno sostituito lo Stato nel controllo del territorio.
Quindi si invoca il ritorno dello Stato? Ormai è troppo tardi; la mancanza di lavoro ha portato i foggiani ad andare altrove dove, forti della loro laboriosità tipica cristiana, si sono inseriti con successo in quelle economie di accoglienza; e adesso non riescono ad immaginare un ritorno. Ancora peggio fanno quelli che favoriscono l’arrivo di “investitori” da altre parti d’Italia e del mondo per “dare lavoro” ai foggiani. Queste formule di neocolonizzazione condannano i nativi alla subalternità e quindi questi ultimi preferiscono l’espatrio che può offrire una carriera, che essere servitori per pochi spiccioli a vita. Cioè non si è favorita se non penalizzata l’impresa locale che pur piccola avrebbe offerto una prospettiva più dignitosa e più promettente che fare l’operaio in una industria di lavorazione del pomodoro o auto o altro che ti offre un lavoro poco pagato e poco promettente fino a quando quell’impianto ci sarà.
Molti altri foggiani erano ferrovieri tra i migliori d’Italia; lavoro che ritenevano dignitoso ma la tecnologia ha limitato anche quello sbocco lavorativo. Ma la provincia di Foggia è ricchissima per le produzioni alimentari di primissimo piano, per il turismo, per l’energia; tutti settori che sono solo agli albori delle loro effettive potenzialità. Ma a ben guardare i tre quarti d’Italia è nelle stesse condizioni: lo Stato unitario che ha unificato con le baionette l’Italia istituzionale adesso ha scaricato queste lande (ma anche i maggiori centri come Napoli e Palermo non viaggiano nell’oro) perché non servono più. E la gente dauna fin da molti decenni fa se ne è rassegnata dichiarandolo esplicitamente financo nelle struggenti canzoni dei suoi figli cantautori (chi non ricorda Nicola di Bari: “hai vent’anni è ora di partire”) ed è andata via.
La politica romana che non ha mai brillato se non in deficienza, dopo decenni di “studi” ha capito che il nemico delle economie periferiche è lo Stato! Cioè esso stesso! Per il suo fisco, la sua burocrazia, la latitanza di suoi servizi. Intere sub province sono prive di sportelli postali, mezzi di comunicazione, strade, scuole e banche. Inoltre qualche genio planetario ha decretato che di banche non ne abbiamo bisogno e quindi le togliamo anche nelle grandi città, affidando tutti i servizi bancari alla rete: è la efficienza che ha dichiarato e vinto la guerra contro la persona umana che deve essere sostituita dalla macchina.
Si chiama: imbecillità al potere!
I sindaci delle località in via di spopolamento chiedono che lo Stato eroghi i servizi che mancano cioè vogliono e questuano soldi che nessuno gli darà mai se non qualche centesimo. Stranamente a nessuno viene in mente la domanda più ovvia: come mai la mano pubblica prende tasse da tutti con lo stesso sistema fiscale ma spende (male) nei soliti posti? Chi non beneficia dei servizi pubblici pur imperfetti delle parti ricche d’Italia per quale ragione deve essere assoggettato allo stesso sistema fiscale? Un residente di san Marco in Lamis o di San Vito che deve fare chilometri per farsi vedere dal medico deve essere assoggettato alle normative fiscali e burocratiche pensate per i volponi di Roma e Milano? Come mai la legge sulla Zes è riservata alle nuove iniziative e non anche alle imprese che ci sono? Favorendo le nuove, grandi e belle, provenienti dai quattro angoli del globo e quindi in grado di porre una pietra tombale sulle imprese che ci sono, escludendo i piccoli imprenditori locali? È voluto o è casuale che si uccidano le imprese del Sud e delle aree interne?
Non esiste spesa pubblica che possa invertire la tendenza allo spopolamento; serve creare ricchezza ricreando le condizioni minime per lo sviluppo; serve almeno: fisco e burocrazia differenziata, sistema bancario locale specializzato, legislazione sul lavoro semplificata, energia con tariffario speciale. Cioè una legge!
Gli abitanti e segnatamente le imprese delle aree interne pur con servizi deficitari ed insufficienti potranno competere con le altre e quelle aree diverranno attrattive quanto meno per i nativi scappati altrove; ma anche altre imprese ormai radicate altrove potranno trovare conveniente insediarsi nelle periferie della nostra economia nazionale.
Lo sviluppo occuperebbe cittadini che diversamente si dedicano alla malavita o ad altre organizzazioni poco o molto deviate. Se non lo si vuole fare forse è perché le imprese del Nord trovano comodo rastrellare braccia e menti in questo immenso giacimento di alacrità e genialità che è il Sud?
Quale che sia la risposta a queste domande, questa storia deve finire!
Il sistema italiano è fatto di famiglia cosa che comporta anche impresa familiare piccola e media (ma anche molto grande).
Il sistema italiano è fatto anche di mitezza e collaborazione tra imprese non necessariamente solo di competizione spesso spietata.
Il sistema italiano è fatto anche di religione che non significa solo culto esteriore ma anche rispetto per l’altro e per le regole, ma nessuno deve abusarne sennò non funziona più.
Il sistema italiano è ovviamente il migliore del mondo e quindi vincente; ma almeno dobbiamo esserne coscienti! Quanto grande sarebbe l’Italia e il Sud se i nostri padri e adesso i nostri figli fossero rimasti qui anziché andare a arricchire e civilizzare mezzo mondo? Abbiamo creato l’Occidente e le sue norme e adesso copiamo dai barbari? Se continuiamo a scimmiottare gli altri possiamo solo regredire alle regole della foresta come già è!
E questo sistema che qui abbiamo chiamato italiano in realtà è meridionale che è oggi esportato nel resto della penisola e ne è divenuto l’unico punto di forza e di identità. Serve capirlo molto bene.
Forza Foggia e forza Sud; con o senza Moschee, i migliori siamo noi, è il nostro momento, ce la faremo!
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