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Taranto
25 Gennaio 2026 - 06:29
Operai ex Ilva
TARANTO - Il clima attorno allo stabilimento siderurgico di Taranto è tornato a farsi rovente, segnando forse il punto di massima frizione nella lunga e tormentata vicenda dell'ex Ilva. La giornata del 23 gennaio 2026 si impone come uno spartiacque, il momento in cui le principali sigle sindacali hanno rotto gli indugi, indirizzando una nota unitaria che suona come l’ultimo, disperato monito ai Commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e ai vertici aziendali. Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno scelto la linea della compattezza, delineando un quadro di estrema gravità che non ammette più tatticismi politici o equilibrismi industriali.
Al cuore della durissima requisitoria dei rappresentanti dei lavoratori vi è una ferita aperta che il territorio non riesce a rimarginare, l’ultimo incidente mortale avvenuto all'interno del perimetro industriale. Per le organizzazioni sindacali, questo tragico evento non è derubricabile a fatalità o a caso isolato, bensì rappresenta la prova tangibile di un degrado impiantistico che ha ormai travalicato i livelli di guardia. Nella lettera inviata ai Commissari, viene scandito con chiarezza che la sicurezza non può più essere trattata come un mero adempimento burocratico o, peggio, come un costo da limare. La carenza di manutenzione, sia ordinaria che straordinaria, viene indicata come la causa del rischio strutturale a cui i lavoratori sono quotidianamente esposti. La richiesta è perentoria, serve l'istituzione immediata di un comitato di stabilimento su salute e sicurezza dotato di reali poteri di intervento, supportato da un piano straordinario di investimenti per riabilitare impianti logori e pericolosi.
Parallelamente all'emergenza sicurezza, si consuma uno scontro frontale con le strategie del Governo centrale. I Sindacati contestano apertamente quella che definiscono un'accelerazione inspiegabile nelle procedure di vendita del gruppo. Secondo i rappresentanti dei lavoratori, tentare di alienare l'asset in questa fase significa agire prematuramente, svendendo il valore industriale del sito e compromettendone la tenuta futura. Il timore, espresso con fermezza, è che il passaggio di proprietà avvenga prima del completamento di un reale piano di ripartenza, trasformando la vendita in un puro scarico di responsabilità che lascerebbe il territorio privo di garanzie occupazionali e produttive nel lungo periodo.
Un altro nodo tecnico che allarma le segreterie tarantine riguarda la transizione verso il cosiddetto ciclo corto. Sebbene la riconversione tramite forni elettrici venga presentata come una svolta sostenibile, i Sindacati scorgono in questa mutazione una pericolosa incombenza per l'integrità dello stabilimento. Il rischio, documentato minuziosamente nella nota, è che tale transizione sancisca la fine definitiva delle storiche aree a caldo, innescando un ridimensionamento impiantistico irreversibile. Uno scenario che, secondo le sigle, declasserebbe il ruolo di Taranto nel mercato globale dell'acciaio e avrebbe ripercussioni sociali devastanti, travolgendo migliaia di lavoratori diretti e l'intero comparto dell'indotto.
Proprio l'indotto rappresenta l'ulteriore fronte di una crisi che appare sistemica. La denuncia sindacale punta il dito contro una precarietà diffusa, alimentata da fenomeni di dumping contrattuale e da aziende esterne soffocate dai ritardi nei pagamenti. In questo contesto di incertezza, anche la gestione della cassa integrazione diventa una polveriera sociale. Il sindacato chiede un controllo serrato per evitare che questo ammortizzatore si trasformi in una condanna perpetua per migliaia di famiglie.
L'epilogo della nota non lascia spazio a mediazioni al ribasso, viene sollecitata la convocazione immediata di un tavolo di confronto per avviare un percorso realmente condiviso. Il messaggio è un ultimatum senza appello, in assenza di risposte concrete e di un radicale cambio di rotta, la mobilitazione rimarrà l'unico strumento per la difesa del territorio e della dignità del lavoro. La palla passa ora alle istituzioni, chiamate a decidere se affrontare finalmente le criticità croniche di Taranto o se proseguire lungo un sentiero che i lavoratori considerano ormai senza uscita.
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