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INTROSPETTIVO
27 Aprile 2026 - 06:01
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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C'è un muro, ma non si vede. A volte profuma di detersivo, altre di nostalgia, spesso sa di nulla, come certe domeniche in cui provi a rilassarti e invece pensi a tutto quello che non hai fatto. Non lo scavalchi, non lo abbatti, ci cammini contro con eleganza, come facciamo noi donne quando fingiamo di non avere dubbi. Ma lui è lì. Invisibile eppure presente, come lo sguardo di tua zia durante il pranzo di Natale, quella che con un solo sopracciglio alzato riesce a bocciare piatti, scelte di vita e vestiti rossi.
Io, per esempio, ci sbatto contro ogni mattina. Alle 6:45 suona la sveglia. Alle 7:00 sono ancora sotto le coperte. Alle 7:15 comincio a trattare con me stessa: «Solo un altro minuto e mi alzo». Alle 7:30 sono già in ritardo. Alle 7:45, davanti allo specchio, lo sento: il muro. Non quello delle occhiaie o delle rughe (che pure reclamano la loro parte), ma quello più subdolo. Il muro è quella voce che dice: «Perché non riesci a essere diversa?».
Ho un'ex compagna di scuola, Mariarosaria, pelle liscia e luminosa, che ci ha fatto su una carriera. Fa la life coach. Ogni giorno su Instagram pubblica frasi tipo: "LIBERA LA DEA CHE È IN TE" oppure "NON SEI STANCA, SEI SOTTOVALUTATA". Io, ogni tanto, la sogno con una benda sugli occhi e un post-it sulla fronte: "Anche le dee sono pallide". Ma non per cattiveria, eh. Solo per dire che il muro esiste, anche se parli in maiuscolo.
Ma non è sempre stato così. Quando ero bambina, il muro era il cancello del cortile. Lo scavalcavo con l'aiuto di mia sorella Anna Maria per andare a giocare a nascondino. Era un confine da attraversare, una soglia da superare, e ogni volta mi sentivo più forte, più libera, più me stessa, anche se ancora non sapevo cosa significasse.
Poi, crescendo, il muro è cambiato. Alle medie c'era il gruppo delle "giuste". Quelle con i jeans alla moda, i capelli piastrati perfettamente, la voce già rotonda. Io avevo i capelli crespi, le gambe secche, il seno piatto e una cotta per un compagno più grande. Provai a parlare con loro un paio di volte. Mi risposero con un sorriso di circostanza, quello che si regala alle persone di passaggio. E capii: il muro non era solo tra me e loro. Era dentro di me. Era quel pensiero tossico: «Non sono abbastanza e prima o poi lo capiranno tutti».
Quel muro lo conoscono bene anche le eroine della letteratura. Prendi Jane Eyre. Vive in un mondo che le dice «zitta e obbedisci». E lei, niente: ascolta, incassa, cresce e poi decide. Decide per sé. E nel momento in cui lo fa, il muro comincia a cedere. O Antigone, che non solo lo affronta, il muro, ma lo nomina, lo sfida, lo scavalca con la forza delle proprie convinzioni. E poi, sì, ci lascia la pelle, ma diventa eterna.
Io non sono Jane né Antigone. Io, il muro, lo studio. Lo annuso. Lo evito. Lo scrivo. A volte lo decoro, come si fa con le crepe sui muri di casa: un quadretto, un vaso, un po' di sarcasmo. È già un modo per non subirlo, no? Negli ultimi anni, poi, il muro è diventato anche digitale. Un algoritmo decide chi sei, cosa desideri, con chi dovresti uscire. E se provi a cambiare strada, ti riporta indietro, con la gentilezza crudele delle notifiche. È il muro dell'identità prefabbricata: tu sei questo, perché hai cliccato lì, hai letto quell'articolo, hai guardato quella serie. Il tuo destino è tracciato, baby.
Eppure, ogni tanto, qualcuno fa un buco. Una crepa. Una frase letta per caso, una telefonata, un viaggio non previsto. Una voce che dice: «Non sei sbagliata, sei solo stata zitta troppo a lungo». E allora lo vedi, il mondo oltre il muro. Forse non lo raggiungi subito. Forse ci metti anni. Ma intanto lo vedi. E una volta che hai visto, non puoi più fingere. Come la mia amica Sara. Avvocatessa brillante, marito educato, due figli perfetti, frigorifero pieno e cuore vuoto. Un giorno ha lasciato tutto. Non in modo spettacolare: nessuna fuga, nessun biglietto drammatico. Ha semplicemente smesso di fingere. Ora insegna yoga in una palestra di quartiere. Ha gli occhi leggeri, di chi ha smesso di combattere contro sé stessa.
La claustrofobia è il sintomo del muro invisibile. La senti arrivare quando la tua risata sembra quella di un'altra. Quando dici «tutto bene» e sai che non è vero. Quando ti svegli con l'ansia e vai a dormire con il silenzio. È allora che il muro si fa concreto. Non lo vedi, ma ti circonda. Ti stringe. Ti disegna i confini della gabbia in cui hai deciso di startene buona.
Ma la storia ci insegna che i muri crollano. Il Muro di Berlino, ad esempio. È caduto di notte, come tutte le cose provvisorie. Ma prima di cadere, era già stato smontato, pezzo dopo pezzo, dalle speranze delle persone, dai racconti di chi osava immaginare un'altra vita. Nessun muro resiste troppo a lungo se c'è qualcuno che sogna.
Forse è questo il punto. Il muro non va sempre abbattuto. A volte basta accorgersi di lui. Dargli un nome. Raccontarlo. Scriverci sopra. Ogni volta che lo nomini, il muro perde potere. Diventa un oggetto, non un destino. Io ci provo. Quando ascolto mia madre e penso di non voler diventare come lei. Quando mi ribello al lavoro, anche se la voce mi trema. Quando rido di me stessa allo specchio. Quando amo qualcuno senza volerlo cambiare. Sono tutte crepe. Piccoli sabotaggi. Modi gentili per dire: «Non sei tu che decidi chi sono».
Perché forse non sarò mai Antigone, ma ho imparato a non vivere tutta la vita a un passo dalla mia libertà. E a forza di piccole libertà, alla fine ci arrivi. Magari non dove volevi, magari non nel modo in cui l'avevi sognato, ma ci arrivi. È un cammino strano, quello oltre il muro. A volte ti sembra di avercela fatta, e invece era solo un altro giro, un altro tratto da percorrere. Altre volte ti scopri libera proprio quando pensavi di essere al capolinea.
Il muro, poi, non è sempre un nemico. A volte ti protegge. Ti tiene ferma quando stai per cadere, ti costringe a fermarti e pensare. A volte è un confine necessario, una pausa. Non devi arredarlo troppo. Perché appena cominci a renderlo comodo, lui diventa casa. E lì è finita: ti sdrai sul divano della rinuncia e non ti alzi più.
Io lo so. L'ho fatto. Ho decorato il mio muro con giustificazioni eleganti, con «non è il momento giusto», con «va bene così». Eppure, ogni tanto, una crepa si apriva. Oppure entrava l'aria. O una risata. O una domanda che faceva più male di una botta in fronte: «Ma tu, esattamente, lo sai cosa vuoi?». Quella domanda è l'inizio dello scarto. Il momento in cui qualcosa si incrina. Da lì comincia il riscatto. Non quello epico, da film americani, ma quello lento, quotidiano, quasi impercettibile. Un giorno dici no a qualcosa che non ti somiglia più. Un altro giorno dici sì a qualcosa che ti fa paura. E piano piano, ti accorgi che il muro si sposta. O forse sei tu che ti sei spostata. Più vicina a te stessa. Più onesta. Più intera.
Allora capisci che non sei sbagliata. Che il muro non era dentro di te, ma tra te e un'idea che ti eri costruita per sopravvivere. Un'idea ereditata, prestata, imposta. Ma non tua. E allora puoi anche ringraziarlo, quel muro. Perché in fondo ti ha insegnato a misurare la distanza fra quello che sei e quello che vuoi essere. E senza distanza, non c’è desiderio. E senza desiderio, non si vive bene.
Il resto è un lento, ostinato, tenero andirivieni. Di passi, tentativi, ritorni, slanci. Ma ogni volta sei un po' più pronta. Ogni volta la crepa si allarga. E un giorno, senza rumore, il muro si apre. E tu ci passi in mezzo. Senza chiedere il permesso.
Ed è strano, sai. Perché non c'è fanfara, non c'è medaglia. Nessuno ti dice: «Brava, ce l'hai fatta». Perché da fuori nessuno vede che hai attraversato qualcosa. Per gli altri sei sempre la stessa: vai al lavoro, paghi il parcheggio, sorridi alla barista. Ma dentro hai fatto un viaggio. Hai rotto un equilibrio, hai disobbedito a una voce, hai restituito una maschera che non ti serviva più. È come quando smetti di chiederti se sei abbastanza. O quando, per la prima volta dopo tanto tempo, ti senti bene nel tuo corpo. O quando riesci a dire a tua madre: «Mi dispiace, ma su questo non sono d'accordo». E lo dici senza rabbia. Senza bisogno di vincere. Solo per affermare che esisti. E che sei diversa da lei.
Il muro, poi, non se ne va mai del tutto. Resta lì, a ricordarti da dove vieni. Ma non fa più paura. È un vecchio compagno che ti ha insegnato qualcosa. Ti ha fatto domande scomode, ti ha sfidato, ti ha fatto inciampare. Ma grazie a lui hai imparato a camminare meglio. Più attenta. Più vera.
A volte penso che dovrebbero insegnarcelo a scuola, come si riconoscono i muri. Non solo quelli in cemento armato, ma quelli fatti di parole non dette, di silenzi educati, di aspettative disattese. Dovrebbero farci leggere più storie di donne che hanno guardato lontano, che hanno rotto le righe. Non per diventare eroine, ma per restare umane. Anna Karenina, sì, ma anche Clarissa Dalloway. E poi tutte quelle che la storia non ha avuto voglia di ricordare, ma che ci hanno lasciato piccoli indizi di libertà: una frase, un gesto, una lettera mai spedita.
E allora sì, la letteratura diventa uno scalpello. Una chiave inglese. Una corda da lanciare oltre. Perché non siamo sole. Non lo siamo mai state, anche se a volte ci sentiamo così. E ogni storia che leggiamo, ogni donna che ha parlato prima di noi, ci apre un varco. Una possibilità. Il riscatto non è solo ribellione. È anche cura. È stare, restare, insistere. È alzarsi la mattina e decidere, ancora una volta, di provare. Di tentare la gioia.
Perché a forza di osservare il muro, poi impari a vedere anche le fessure, le aperture, i punti fragili. E magari non li abbatti tutti, ma cominci a passarci in mezzo con grazia. Il vero passaggio non è spettacolare. È discreto, come quando, senza accorgertene, cominci a usare un altro tono. Più caldo. Più tuo. Come quando smetti di cercare conferme. O quando ti guardi allo specchio e pensi: "Non perfetta. Ma viva". Il muro allora non è più una barriera. È un metro. Una prova. Una storia. E noi, a ogni passo, lo riscriviamo. A modo nostro. Con scarpe impolverate, magari senza tacco, mani piene e il cuore che, finalmente, ha spazio per battere.

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Testata: Buonasera
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