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REALISTICO

Fino in fondo

di Ester Eroli

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Fino in fondo

di Ester Eroli

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Aveva preso l’abitudine di camminare rasente ai muri, a testa bassa, con gli occhi chini al suolo, come se portasse un peso. Era piccola e già sapeva tutto del mondo che uccide gli umili senza provare pietà. Si controllava per apparire serena, per non lasciare trapelare l’angoscia, anche se il suo volto pallido e spettrale tradiva emozioni nascoste. All’asilo il dito era sempre puntato su di lei, come pure gli sguardi, sempre ironici. C’era un silenzioso atto d’accusa negli sguardi severi dei coetanei. Lei si piegava dal dolore perché sapeva ormai di essere diversa.
Di notte, di soprassalto, si svegliava convinta di essere normale, come gli altri, magari dopo un sogno allegro, un sonno riparatore. Poi tornava la bocca amara, l’orrore, il senso acuto d’inadeguatezza. Gli altri si ostinavano a respingerla per il solo fatto che era una ragazzina in carne, non sformata, e lei si ostinava a farsi accettare, a sentirsi normale.
Non c’era giustizia né pietà in quell’asilo. La maestra faceva finta di nulla, chiudeva gli occhi, assumeva un atteggiamento vile. Lei era raggiunta da strali, battute; i suoi disegni erano stracciati, i suoi lavorini cestinati, i suoi asciugamani rubati e fatti a pezzi. La escludevano dai giochi in maniera vergognosa. Alcune ragazzine le vomitavano addosso, alcuni ragazzini le facevano lo sgambetto, altri la chiamavano con appellativi offensivi.
Per tutti era “palla di grasso”, anche se aveva gli zigomi alti, un viso singolare, una pelle d’avorio, denti bianchissimi e perfetti. Nessuno notava gli occhi a mandorla, la regolarità del suo ovale perfetto. I pregi non erano mai riconosciuti, solo evidenziati i difetti.
Nessuno notava il suo carattere dolce, le sue maniere educate, la sua voce soave, la carnagione leggermente olivastra, il colorito sano, gli occhi lucenti, le mani piccole come i piedini. Nessuno le rendeva giustizia, neppure le sue poche amiche, che la sminuivano, la criticavano, la facevano sentire inutile.
Le ragazzine ostentavano le loro gambe magre, le gonnelline corte, i visi affilati. Sembravano gioire della sua sofferenza. Era derisa, maltrattata, sbattuta da una parte all’altra come un pacco postale. Nessuno era portatore di un gesto d’affetto. Lei era sempre in imbarazzo, balbettava, non riusciva a dire quello che pensava. Le stesse amiche le facevano presente che da grande non avrebbe avuto corteggiatori per via della sua mole.
I ragazzini le sputavano in viso, usavano appellativi turpi, la chiamavano “boccia” e “ciccia bomba”. Lei appariva sempre chiusa, ingessata. Lasciava credere che non le importasse nulla, ma il cuore era lacerato. La perseguitavano in modo ossessivo, sistematico, senza tregua né riposo.
Una persecuzione fatta di scarabocchi sul diario, di fotografie strappate, di sputi, di spintoni, di pacche violente, di frasi oscene nella loro crudezza. La sua intelligenza acuta moltiplicava il dolore. Era sempre silenziosa, poco contenta, affaticata, sbiadita, con la mente offuscata dagli attacchi di panico che gente astuta e perfida le procurava. Da un attacco usciva spossata, demotivata, distrutta. Nessuna autorità fermava quella vigliaccheria.
Lei era sempre disattenta, schiacciata dagli altri, lontana dai giochi di gruppo. Si era ingegnata e giocava da sola, ma la solitudine alcune volte le era intollerabile. Era impotente come un fiore colto all’improvviso e gualcito dentro un libro di favole.
La sua sofferenza eccitava gli altri, li rendeva audaci. Lei si mostrava piena di volontà per sfuggire ai suoi persecutori, che come boia la inchiodavano implacabili senza ragione. Spesso, nel chiasso, si sentiva scuotere da mani nemiche che la percuotevano senza motivo. Lei sprofondava nella paura di essere battuta. Aveva capogiri, mal di testa. Voleva che la situazione si capovolgesse per miracolo e che lei, da vittima, divenisse carnefice.
Non cercava però una rivalsa, una vendetta, ma solo un riscatto, un momento di serenità in cui venisse per una volta accettata. Invece vagabondava da un gruppo all’altro in cerca di calore e amicizia, ma nessuno voleva con lei condividere impressioni e giochi.
I suoi disegni erano eloquenti e emblematici: disegnava sempre file di bambini di razze diverse che si tenevano teneramente per mano. Immagini suggestive, un appello muto ma potente, nel loro disperato desiderio di fraternità.
Il coraggio di affrontare quella realtà la rendeva misteriosa e affascinante. Così aveva fatto breccia nel cuore di un ragazzino di un’altra classe, preso in giro per le orecchie a sventola e la bassa statura. Ogni giorno giocavano ed uscivano insieme. Lui era il sole dopo la pioggia.
Poteva trovare conforto fra i suoi simili. La solidarietà era un miracolo che ora lei sperimentava sulla propria pelle e che proveniva solo dal suo mondo. Capiva però che bisognava imparare ad amare fino in fondo anche chi non ci somiglia: non è detto che sia per forza un essere inferiore.
L’anima delle persone poteva essere luminosa e illuminare il mondo al di là delle apparenze. Quella sua interiorità e sensibilità non poteva perdersi nella nebbia: doveva dare i suoi frutti prima o poi, e qualcuno più intelligente avrebbe capito.
Lei sperava che fossero molti a comprendere, perché il male non è solo quello degli altri ma può essere, un giorno, pure nostro. Nessuno poteva considerarsi fino in fondo protetto dal destino. Chi escludeva poteva poi, col tempo, venire a sua volta discriminato, perché il destino non fa sconti a nessuno, tanto meno ai malvagi.

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