Rinviando rito e degustazione del caffè alla valdostana (ne abbiamo parlato nella puntata precedente di questa rubrica) alla fine della pandemia, proponiamo una ricetta di un altro tipo di caffè corretto che possiamo gustare anche da soli, in tempo di Coronavirus: l’Irish coffee.
Quasi tutti ne avranno bevuto uno, anche se adesso è caduto un po’ nel dimenticatoio, come quasi tutte le bevande alcooliche ed i cocktail “caldi”, fatta eccezione per il vin brulé. Interessante la sua storia; fu inventato per far fronte ad una emergenza, come sul versante dei cibi solidi il pollo alla Marengo, molti anni prima. Il suo padre è Joe Sheridan (gli hanno anche dedicato un liquore, lo Sheridan’s, che è una specie di cocktail istantaneo che richiama proprio l’Irish coffee: la bottiglia dalla forma singolare è formata da due contenitori con unico tappo dosatore dotato di due beccucci; un contenitore con una crema alcoolica al latte e vaniglia; l’altro, più capiente, un liquore al caffè e cioccolato a base di whiskey irlandese; il tappo dosatore dovrebbe garantire che nel bicchiere cadano un terzo di “panna” e due di liquore al caffè), classe 1909, chef e barman dell’idroscalo internazionale Foynes della contea di Limerick, in Irlanda, principale aeroporto per i voli transcontinentali di idrovolanti con l’America. Una notte d’inverno, nel 1942, un volo partito dall’aeroporto Foynes fu costretto per le avverse condizioni meteo, dopo cinque ore di volo, a rientrare alla base. Sheridan preparò con quello che aveva a disposizione, fra le restrizioni di guerra e l’ora, qualcosa che corroborasse i passeggeri intirizziti (gli aerei non erano pressurizzati), correggendo con whiskey irlandese un tazzone di caffè bollente ed aggiungendovi sopra una generosa razione di panna liquida.
La leggenda vuole che ad un passeggero entusiasta che gli chiedeva “ma è un caffè brasiliano?” – considerato all’epoca il miglior caffè del mondo come provenienza – Sheridan rispondesse “no, è un caffè irlandese!”, ovvero “Irish coffee”!
La ricostituente bevanda varcò l’oceano; un giornalista che si occupava di viaggi e turismo che l’aveva assaggiato in Irlanda ne parlò nel dopoguerra con il barman del Buena Vista Hotel di San Francisco, Jack Koeppler, che cercò di replicarla; ma la descrizione sommaria non consentì un buon risultato, tanto che Koeppler si recò appositamente in Irlanda per scoprirne i segreti di preparazione: dosi ed ingredienti precisi. E fu un successo. Lo fu anche per Sheridan. Chiuso l’idroscalo di Foynes, nel 1952, si trasferì proprio al Buena Vista di San Francisco, dove il suo Irish coffee diventò il cocktail più richiesto.
Le dosi originarie non le conosciamo; come non sappiamo se la panna liquida fosse (come pare) almeno leggermente montata, shakerandola; abbiamo però le codifiche dell’Iba (International bartenders association). Assente nel primo elenco, del 1961, l’Irish coffee viene registrato nella seconda, del 1986: al caffè zuccherato si aggiungono in un bicchiere alto e stretto 4 cl di whiskey irlandese e si mescola il tutto, aggiungendo in superficie (facendo attenzione a che non si mescoli) un cucchiaio di panna liquida. La ricetta del 2004 è più precisa: prevede 4 cl di Irish whiskey, 8 cl di caffè espresso, un cucchiaino di zucchero di canna, 3 cl di panna liquida. Versare nel bicchiere Irish whiskey e zucchero. Scaldare al vaporizzatore ed unire il caffè bollente. Shakerare la panna senza ghiaccio e versarla in superficie aiutandosi con il bar spoon (cucchiaino con lungo manico). Leggermente diverse le dosi della codifica 2011: 4 cl di Irish whiskey, 9 cl di caffè espresso, un cucchiaino di zucchero di canna, 3 cl di panna fresca e stessa procedura.
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