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​Petrovic: Porto Iaco sempre con me​

Petrovic, lo zingaro. Petrovic “che viveva in una rou­lotte”.

Petrovic, il portiere “che non teme niente e nessuno”, che si rompe la testa dopo essersi gettato tra i piedi dell’attaccante avversario per rubargli il pallone, ma tanto gioca lo stesso.

Petrovic, che la notte in cui “è morto Iacovone, un incidente con una macchina rubata…”, va in ospedale, gli occhi gonfi di pianto ed il viso stravolto dalla rabbia, con l’intenzione di fare giustizia da sé di quel ladro sventurato che ha am­mazzato il suo amico e compagno di squadra… «No, non è vero. È una leggenda, se ne sono dette tante... quella notte andai all’ospedale solo per vedere Iaco (lo chiama sempre così, ndr). Non ero io che cercavo il suo assassino».

Al telefono, la voce di Zelico Petro­vic si blocca per qualche secondo, quando gli si chiede di Iaco, di quella notte maledetta tra il 5 ed il 6 febbraio del 1978, di Taranto. È nella sua Pola che è tornato a vivere, lui italiano d’Istria; è lì che ha mantenuto un lungo silenzio, durato quarant’anni, sulla tragedia che ha cambiato la storia del nostro calcio. Di lui parevano essersi perse le tracce; un silenzio ostinato, che ha nutrito tante “leggende”.

«Cosa posso dire di Iaco... non è semplice, nè facile, ricordare quella notte. Lui andò a vedere lo spetta­colo di un comico (Oreste Lionello, in una masseria sulla strada per San Giorgio Jonico, ndr)... rimane nel mio cuore, sempre. Nel mio porta­fogli porto una sua fotografia, da allora. Ricordo il suo corpo senza vita. Sono andato a trovarlo anche al cimitero dove riposa».

Di Erasmo Iacovone, il centravanti che a suon di gol stava trascinando il Taranto per la prima volta in serie A, Zelico Petrovic era amico. Davvero. Nonostante fossero molto diversi, caratterialmente.
«Sì, è così. Abitavamo in due ap­partamenti uno sopra l’altro, nel viale affacciato sul mare...».

Virgilio
«Virgilio, sì. Vicino alla caserma dei Carabinieri. Un sacco di volte finivamo per cenare insieme, si parlava di tutto. Stava per diventare papà, lo sapete, la signora (Paola Raisi, madre di Rosy, nata dopo la morte del padre) aspettava un figlio. Ecco, se penso a quella notte, alla notte dell’incidente, penso a loro. Al dolore che deve aver provato la signora; ad un figlio cresciuto senza il papà».

Sono passati quarant’anni. Resta il ricordo di un grande calciatore, che stava per entrare nel periodo più bello della sua carriera; non c’è più quella Taranto che sul finire degli anni ‘70 pareva destinata a diventare una florida città del Mezzogiorno industrializzato ed “evoluto”, e che in un ragazzone molisano, nel suo desiderio di diventare grande tra i grandi, si immedesimava in modo totale. Una Taranto che ha iniziato a morire all’una di notte del 6 febbraio ‘78, su una Dayane 6 letteralmente travolta da un’Alfa Romeo rubata che sfreccia come un proiettile, a fari spenti. «Saremmo andati in serie A» dice Petrovic. «Eravamo davvero un bel gruppo, noi calcia­tori, l’allenatore».

Il calcio, per quello che è stato forse il più forte portiere del calcio rossoblù, è ora solo una passione. «Seguo un po’ tutte le squadre in cui ho giocato. Taranto compreso, ovviamente. Ho allenato i portieri della squadra di qui, il Pola; poi sono arrivati nuovi padroni dalla Russia, e le cose sono cambiate».

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